lunedì 5 gennaio 2015

Peppino: il Barbiere dei Poveri.

Il cuore mio indiscreto, pace ancor non si dà… cantava Claudio Villa nella canzone "La Signora di 30 anni fa", meglio conosciuta come nel 1919, ed è proprio nel 1919 che nasce G.S., da tutti chiamato Peppino, il protagonista della Buona Notizia di oggi.
La storia di Peppino ci mostra come sia possibile rinascere da anziani, e pur nelle 
difficoltà (nel suo caso sia economica sia l’essere rimasto vedovo abbastanza giovane) vivere una vita serena, solidale e piena di amici. Il racconto che seguirà è per me fonte di piacevoli ricordi, avendo conosciuto Peppino nel 1999 fino alla sua morte non troppo lontana.



Il Buon Peppe per anni, nella Roma del Dopoguerra, aveva lavorato prima come garzone e poi come proprietario e gestore in un Salone da Barbiere nel cuore di Roma, a due passi da Piazza Navona e Campo dei Fiori. Parliamo di tempi in cui il lavoro era scarso, non si andava tanto per il sottile con le lotte sindacali ed avere una bottega voleva dire aprire la mattina presto e chiudere alle 19...ma come mi raccontava Peppino, spesso si presentava un cliente alle 19.01 e che fai o' manni via? Quando l’ho incontrato nel 1999 era ovviamente in pensione, ma non aveva abbandonato il piacere di tagliare i capelli agli amici.
Al costo di 5 euro (che poi destinava alle opere di solidarietà della Comunità di Sant’Egidio), ti accoglieva a casa sua e con la bonarietà e simpatia romana, tra un ricordo ed un caffè (con l’aroma forte, ma non con la Roma forte visto che era un tifoso della Lazio), si metteva all’opera. Tra amici e conoscenti aveva una clientela di almeno 20 persone e finchè è stato bene in salute ha continuato, passata anche la soglia dei 90 anni, a darci dentro di forbice e pennello.

Ricordo che spesso, a chi gli diceva, io posso venire ma non so a che ora e quando, diceva “tu lasciame la testa che poi ce la penso io”. Ricordo che intendeva la sua professione come una arte, mi ha raccontato che una volta disse ad uno scultore “tu compi la tua opera e la porti a termine, la mia opera termina e dopo una settimana la devo rifare”.
Parlando di lui è facile perdersi nei ricordi di Roma Sparita, del tempo in cui a Piazza Navona e Trastevere abitava il popolino, ma non vorrei perdere di vista il centro del racconto.

Verso la fine degli anni 90 Peppino è vedovo dopo la morte per un brutto male della sua amata Adele, e nel frattempo dalle case di Piazza Navona era passato ad abitare nelle Case Popolari del Tiburtino Terzo, borgata periferica di Roma. Oltre al peso della solitudine (da Adele non aveva avuto figli), si sentiva anche “snaturato” in una periferia che non sentiva come sua (basti pensare che finchè ha potuto ha mantenuto la sede della Posta in cui ritirare la pensione a Piazza Navona proprio per poter ogni tanto “tornare a Roma”).
Solo ed in periferia, qui Peppino fa un incontro che un poco alla volta gli cambia la vita; Aiutando una coppia di anziani vicini, viene in contatto con alcune persone della Comunità di Sant’Egidio, ed in breve tempo inizia a partecipare ai momenti di incontro e di preghiera della Comunità presente nel suo quartiere.

In Comunità incontra nuovi amici ma potremmo dire rinasce; è fedele ad ogni appuntamento ed ogni volta porta con se il suo carico di simpatia e bonarietà. Pian piano si prende l’incarico di fare e portare la spesa ad una sua vicina dal carattere fumantino, una donna che da tanti era evitata mentre Peppino col suo charme e la sua classe riesce ad addolcirne il carattere.
Come dicevo sopra, inizia a mettere a disposizione della Comunità e dei suoi amici il suo talento da barbiere, e lo ricordo sempre felice nel compiere il suo lavoro. (Ora che non c’è più, posso dire che, come ovvio, aveva uno stile all’antica, ad esempio di me mal sopportava il fatto che negli anni avessi cominciato a portare la barba lunga, per lui un vero uomo si deve radere ogni mattina; Mi diceva che spesso i suoi clienti gli chiedevano "i baffi all'Umberto" sullo stile del Re Umberto di Savoia).



Come molti anziani Peppino aveva paura di invecchiare, ed è una paura legittima soprattutto se si è soli e senza punti di riferimento. Circondato dal calore della Comunità invece riesce ad affrontare le sue paure, tanto da divenire una presenza fissa negli Istituti per Anziani. Insieme ad altri portava la sua allegria, lo ricordo in particolare al Nomentano Hospital, dove si era letteralmente conquistato il cuore di una serie di anziane ospiti della struttura. Lo ricordo anche animatore di tanti momenti di festa, vacanze, soggiorni, tavolate imbandite, dove il suo carattere allegro e bonario portava calore a tutti.

Potrei continuare a lungo, potrei dire che a me diceva “a te è meglio comprarte un vestito che invitatte a pranzo”, ma quello che voglio sottolineare in conclusione è che la sua vita ci mostra come sia possibile rinascere da anziani, e che l’amicizia è la migliore cura contro ogni malattia e solitudine. La sua vita è stata Una Buona Notizia.


Mario Scelzo

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