giovedì 29 dicembre 2016

A Salerno, la Luce dei Corridoi Umanitari

Da qualche anno Salerno è conosciuta in tutta Italia per le Luci d’Artista, manifestazione che inizia a Novembre e prosegue per tutto il periodo delle feste natalizie durante il quale le strade della città vengono costellate da cascate di colori, installazioni luminose, globi illuminati e creature di fantasia che spuntano tra i vicoli del Centro Storico. Migliaia di turisti arrivano a Salerno, da ogni angolo del Belpaese, per passeggiare tra la Zucca di Cenerentola nella Villa Comunale, per ammirare i pinguini adagiati sul lungomare e guardare il Castello Arechi che dall’alto sembra voler proteggere la Città.





Fra tante luci, dallo scorso mese di Dicembre brilla a Salerno la Stella della Accoglienza, in particolare quella offerta da Salerno ad un nucleo di 7 profughi siriani arrivati in Italia grazie ai Corridoi Umanitari.
Nei giorni scorsi, in visita ai parenti nella mia città natale, mettendo assieme la mia appartenenza a Sant’Egidio con le radici salernitane, ho approfittato per vedere da vicino come procede l’integrazione “sul territorio”, visitando presso la loro nuova abitazione il nucleo di siriani arrivato in Città.





Come è arrivata a Salerno la famiglia siriana? In estrema sintesi, ricordo ai miei lettori che i Corridoi Umanitari sono un “passaggio sicuro per l’Europa”, in sostanza la concessione da parte del Governo Italiano di un visto per motivi umanitari, questo consente ai profughi di arrivare comodamente in Italia per via aerea evitando i pericolosissimi viaggi della speranza nel Mar Mediterraneo. Ma dopo l’Accoglienza, è necessaria l’Integrazione, e le associazioni coinvolte nella iniziativa (Comunità di Sant’Egidio/Chiesa Valdese/Associazione Papa Giovanni XXIII) hanno pensato a tutto: le oltre 500 persone ad oggi arrivate in Italia sono state affidate a strutture, realtà e parrocchie in tutta Italia, che poi si preoccupano di garantire quella che potremmo chiamare l’Integrazione/Gestione quotidiana.      




    
Nello specifico, i soggetti che sostengono il progetto a Salerno sono l’Associazione Eugenio Rossetto Onlus –  Cava De’ Tirreni (SA); l’Associazione Pietre Vive – Cava De’ Tirreni (SA); l’Associazione Rete Radié Resch – Gruppo di Salerno e l’Ufficio Migrantes – Arcidiocesi Salerno Campagna Acerno, con la Provincia Salernitana-Lucana della Immacolata Concezione dei Frati Minori, che ha messo a disposizione una parte del Convento di San Lorenzo di via de Renzi, a Salerno.          
Salendo dallo splendido Lungomare verso la parte alta della Città dove si trova il Convento, ho quindi incontrato Antonio Bonifacio di Migrantes che mi ha introdotto nella nuova casa della famiglia siriana.

Una brevissima notazione “sentimentale” che mi consentiranno i miei lettori. La zona dove si trova il Convento è strettamente legata alla mia infanzia, ho anche abitato non lontano da San Lorenzo, molti miei parenti vivono nelle vicinanze, e vicino al Convento si trova l’ex orfanotrofio di Montevergine, del quale mio Nonno – di cui porto il nome – era responsabile amministrativo. Fatemi solo sottolineare che mio Nonno era un “Contabile della Misericordia”: quando c’era un ammanco di cassa, quando le suore non avevano i soldi per dare da mangiare agli orfanelli, mio nonno “integrava” il bilancio con le sue risorse personali.





Ho passato questi giorni a Salerno in compagnia dei miei nipoti, i quali come tutti i bambini si divertivano e giocavano coi doni ricevuti in questi giorni da Babbo Natale. Cosa c’entra? C’entra perché entrando dentro al Convento, ho finalmente incontrato la famiglia siriana, e la prima cosa che colpiva era vedere i bambini (5, di differenti età) giocare come tutti i “piccoli” del mondo. La guerra, le sofferenze, tutto sembrava in quel momento essere – per fortuna – un ricordo “cancellato” dalle loro menti, mentre erano presi dai loro giochi tra fratelli.

Abbiamo chiacchierato, su Salerno e sugli scenari in Siria (il capofamiglia, musulmano, mi ha raccontato che cristiani e musulmani convivevano pacificamente in Siria prima della guerra), poi Antonio ed un amico traduttore mi hanno aiutato a comprendere le fasi della “nuova vita” alla quale si affaccia il nucleo familiare: i bimbi più piccoli sono stati iscritti alla scuola dell’infanzia, i genitori stanno studiando la lingua, i volontari si alternano per far conoscere loro la città, i negozi, le usanze, per provare a far sentire “a casa” i nuovi arrivati. Tra una chiacchiera e l’altra, ci viene offerto dalla mamma un buon caffè, alla salernitana, segnale che l’integrazione, almeno ai fornelli, inizia a dare frutti concreti!



Ovviamente è troppo presto per poter tracciare un bilancio, la famiglia necessita di tempo per “comprendere” la nuova realtà, i bambini hanno bisogno di tempo per fare amicizia coi nuovi compagni……ma la strada è avviata, l’integrazione è partita ed esiste una forte rete di volontari pronta a far fronte alle loro necessità.
Dal Convento di San Lorenzo si gode uno splendido panorama su Salerno. Si vedono anche benissimo i lavori del Crescent, l’edificio a forma di Mezzaluna che l’ex Sindaco De Luca ha “scelto” come simbolo della Salerno del futuro. Come saprete, la Mezzaluna è anche uno dei simboli della Cultura Islamica, chissà, magari la sagoma del Crescent aiuterà la famiglia siriana a sentire meno la nostalgia di casa.

A chi scrive, piacerebbe che il Crescent simboleggiasse un Abbraccio di Pace e Protezione, ed anche la volontà della Città di Salerno di accogliere chi, come i nostri amici siriani, è stato costretto a lasciare la propria terra a causa della guerra. Salerno diviene quindi un porto accogliente dove tanti possono trovare riparo.

Mario Scelzo

domenica 18 dicembre 2016

Mangiarotti and Friends, Sesta Edizione

Musica, Solidarietà, Buon Cibo, Amicizia, Magia: mescolando sapientemente tutti questi ingredienti si ottiene la sesta edizione del “Mangiarotti and Friends”, l’ormai consueto appuntamento prenatalizio di raccolta fondi per le strutture di emergenza freddo gestite dalla Comunità di Sant’Egidio. Vorrei proporre ai miei lettori un racconto della bella serata da poco trascorsa.





Roberto Mangiarotti, oltre che un caro amico ed uno stimato gastroenterologo, è insieme alla moglie Patrizia uno dei volontari della Comunità di Sant’Egidio che, come chi scrive, ogni Martedì si reca alla Stazione Tiburtina per portare la cena alle persone senza fissa dimora. Un panino, una bibita, una parola amica, momenti di condivisione che contribuiscono a rendere meno dura la vita di chi vive per strada, ma allo stesso tempo rimane un .… tormento: i volontari tornano al caldo delle proprie case, i nostri amici restano al freddo di qualche giaciglio di fortuna.
Da qualche anno, la Comunità di Sant’Egidio ha aperto presso Palazzo Leopardi una struttura temporanea per l’emergenza freddo: 12 posti letto, una doccia, uno spazio per conservare abiti ed oggetti personali.  Può sembrare poco o nulla, ma cenare regolarmente e  dormire al caldo nelle notti invernali può fare la differenza tra la vita e la morte, e l’amicizia ed il supporto dei volontari divengono uno stimolo per rimettere in carreggiata vite “sbandate”.

Durante la cena, c’è stato un momento che ha colpito tutti, un video nel quale Antonio (nome di fantasia) ha raccontato a Guglielmo la sua storia che qui sintetizziamo: difficoltà lavorative che lo hanno portato letteralmente a dormire per strada, l’incontro coi volontari di Sant’Egidio, l’ingresso a Palazzo Leopardi, un percorso di “ricostruzione” umana prima e professionale poi, che oggi lo ha portato a vivere, in convivenze e  pagandosi le spese, nella casa messa a disposizione da un anonimo benefattore. In pratica, Antonio ci ha mostrato concretamente che una alternativa alla strada è possibile, che a volte basta poco per ricominciare, che il lavoro dei volontari non è sterile ma produce frutti concreti di rinascita.





Le strutture per l’emergenza freddo, pur se gestite da volontari che mettono a disposizione il loro tempo in maniera gratuita, necessitano di fondi per le spese correnti: le bollette, la colazione,  dei cambi di biancheria, il cambio delle lenzuola e tante altre impellenze che vi lascio immaginare, ed il “Mangiarotti and Friends” nasce appunto dalla volontà di raccogliere fondi per tenere aperte questo tipo di strutture.
Come mai il nome “Mangiarotti and Friends”? Si vuole richiamare il “Pavarotti and Friends”, concerto di solidarietà che ogni anno il maestro organizzava a Modena coinvolgendo Big della Musica come Bono Vox, Jovanotti, Simon le Bon e tanti altri notissimi artisti.





Ora, giovedì 15 Dicembre a Via Dandolo non c’era magari il leader dei Duran Duran (che diciamolo, ormai ha fatto il suo tempo), ma tra i ritmi Jazz di Cinzia Tedesco e la voce melodiosa di Nuna Shoesmit (accompagnata da Roberto Fiorucci) dei “Ciccabimbo & Billieboom” non mi sembra che nessuno si sia lamentato, anzi gli oltre 150 presenti in sala hanno più volte applaudito e partecipato con passione agli intermezzi musicali.
Il Circolo degli Illusionisti ha contribuito a rendere magica la serata attraverso la presenza in sala di maghi e prestigiatori i quali, sotto l’occhio sapiente di Andrea Turchi, hanno intrattenuto i presenti ai tavoli con giochi di prestigio ed effetti speciali. Rimanendo in tema di Magia, c’è un tocco di “mistero” e di “potere nascosto” nella capacità che ha avuto Patrizia di preparare la cena per tutti i 150 presenti (anche in questo caso, l'amicizia moltiplica le risorse, qualcuno ha cucinato i fagioli, altri si sono offerti di dare una mano, una vera "equipe di cucina" era al lavoro dal primo pomeriggio), i quali, sempre in tema di magia, in poco tempo hanno fatto sparire anche le briciole dai piatti loro serviti.
Mi sembra scontato sottolineare che tutti gli artisti hanno contribuito alla serata a titolo gratuito, ma coi tempi che corrono, meglio precisarlo!).





La serata, caratterizzata da un clima allegro e festoso, si è conclusa con la gara dei dolci, che ha visto prevalere un delizioso Babà preparato da Simonetta Ceccarelli, premiato sia dalla “Giuria” sia dal “pubblico” in sala che ha dimostrato, finendolo in pochi minuti, di averne apprezzato la qualità. Chi non ha fatto in tempo ad assaggiare il Babà si è consolato assaggiando i dolci preparati dagli altri partecipanti alla gara oppure gustando le prelibatezze gentilmente offerte dalla NocciolCono.

Una bella serata, un clima di festa, un risultato “concreto” – raccolti nella serata oltre 4.000 euro per le strutture della emergenza freddo –  quindi… poche storie Roberto e Patrizia, ci vediamo l’anno prossimo per la settima edizione del “Mangiarotti and Friends”!!!


Mario Scelzo

martedì 13 dicembre 2016

Il Black Friday ed un Vecchio Scarpone

Vecchio scarpone / Quanto tempo è passato / Quante illusioni / Fai rivivere tu …. Sono alcuni versi di una canzone che ricorderanno i miei lettori non proprio di primo pelo, interpretata tra gli altri da Claudio Villa. Solitamente, quando si incontra una persona senza fissa dimora, una delle cose che ci colpisce è il suo abbigliamento non proprio all’ultima moda: un maglione trasandato, pantaloni vecchi e di solito larghi, scarpe spesso logore e consumate.




Vi ho raccontato in passato su queste pagine il lavoro dei volontari del Centro di Via Anicia gestito dalla Comunità di Sant’Egidio, che ogni sabato garantisce un servizio di docce, lavanderia, cambio vestiario e quando possibile taglio di capelli alle persone che vivono per strada. Tra una Crisi di Governo e l’altra, quando il lavoro me lo permette (attualmente lavoro presso Rai Parlamento), sono anche io uno dei volontari che aiuta nelle attività del Centro.
I “servizi” offerti dal Centro di Via Anicia sono numerosi, anche se “l’offerta principale” è quella di una parola amica e di uno spazio di condivisione e serenità verso persone che la società normalmente mette ai margini, “clienti” che normalmente arrivano a Via Anicia arrabbiati con la vita ed escono rasserenati (anche grazie alle torte di Ivana che oltre ad essere ottime hanno direi un potere terapeutico).
Oggi però in particolare vorrei raccontare ai miei lettori una piccola storia di solidarietà che unisce l’amicizia col Black Friday di Amazon, la Convivialità con la Solidarietà. Andiamo con ordine e ripercorriamo il tutto.




Lo scorso 25 Novembre i “Giovani per la Pace”, un movimento di Giovani legato alla Comunità di Sant’Egidio, hanno organizzato un “Apericena Solidale” presso il Mercatino Vintage di Via del Porto Fluviale (di questa realtà vi darò conto in una successiva occasione). Una bella serata di amicizia tra buona musica ed un bicchiere di vino, ma soprattutto a fine serata un incasso considerevole da investire in opere di solidarietà. Parlandone, nasce l’idea di investire quei soldi in scarpe, uno dei beni più richiesti dai nostri amici clohard, e se questo è vero per tutte le stagioni, le scarpe divengono un bene di prima necessità in questa stagione di freddo e di pioggia.

Coincidenza (o provvidenza? A voi la scelta) vuole che questa raccolta avviene a ridosso del Black Friday, che, come saprete, da calendario segue il giorno del Ringraziamento negli Stati Uniti ma di fatto negli anni è diventato un “evento commerciale” caratterizzato da fortissimi sconti offerti dai grandi concessionari virtuali come Amazon. Per farla breve, sfruttando le offerte della Rete, si decide di comprare una sostanziosa fornitura di scarpe e stivali invernali ad un prezzo nettamente inferiore a quello di mercato.




Per la privacy, non è il caso di pubblicare foto  in primo piano, ma vi posso garantire che negli ultimi due sabati è stato bello vedere la felicità stampata sui volti dei nostri amici, molti dei quali arrivavano calzando un vecchio scarpone ed uscivano (dopo la doccia, il taglio di capelli e le torte di Ivana) indossando scarpe alla moda, resistenti alla pioggia, con le quali poter affrontare al meglio le difficoltà della vita.


Mario Scelzo

venerdì 9 dicembre 2016

Friday Good News (4)

Il post derby tra le offese razziste di Lulic e la presunta simulazione di Strootman, le ultime notizie dalla cronaca italiana, le “solite” notizie di guerra e distruzione dalla Siria e l’ennesimo barcone che affonda nel Mar Mediterraneo.  A questo quadro “normale” della informazione italiana, aggiungiamo una doverosa copertura mediatica degli esiti del referendum costituzionale con annessa Crisi di Governo. C’è spazio per le Buone Notizie? Chi scrive ritiene di Sì (non è una intenzione di voto, ormai gli italiani hanno scelto), ed anche per questo torna l’appuntamento con le Friday Good News, una selezione delle Buone Notizie della settimana per iniziare al meglio il week-end. In sintesi, la scelta è di dare spazio e visibilità ad alcune notizie a mio parere positive le quali, per i motivi spiegati sopra, normalmente faticano ad emergere nel caos mediatico quotidiano.
Questa settimana parleremo dell’As Film Festival, degli Omicidi in calo in Italia, per poi spostarci a Londra per raccontare “Our Cup of Tea”.





Sono convinto che se un mio lettore entrasse in un bar e chiedesse ai clienti se oggi si sentono più o meno sicuri del passato, tutti i clienti risponderebbero di sentirsi meno sicuri di prima. Bene, i dati dicono esattamente il contrario. La notizia, che possiamo leggere su La Voce.Info a firma di Marzio Barbagli, in realtà non è recentissima ma mi sembra importante da sottolineare: l’Italia è un paese più sicuro di quanto ci appare. Nel corso del 2015, il numero di omicidi commessi nel nostro paese è diminuito passando dai 475 dell’anno precedente a 468, oltretutto le statistiche ci dicono che il numero di omicidi commessi nel nostro paese è in calo costante da 24 anni.
Per maggiori dettagli rimando all’articolo in questione, mi sembra opportuno sottolineare però la realtà dei numeri, che contraddice le psicosi create ad arte da (alcuni) politici e mass-media. Insomma, alcuni dei nostri politici mentono sapendo di mentire. “Stop Invasione”, “I cittadini hanno paura”, “le nostre città sono insicure” e tanti altri slogan cari a Matteo Salvini e soci, alla prova dei numeri divengono appunto slogan propagandistici. Chiarisco, nessuno vuole giustificare i 468 omicidi avvenuti in Italia, ci auguriamo di raggiungere quota zero, ma allo stesso tempo è sbagliato e direi anche pericoloso creare allarmismo rispetto ad un fenomeno che vede l’Italia ben al di sotto della media dei paesi europei.

La seconda Buona Notizia ci porta a Londra, dalle parti di Notting Hill, uno dei più bei quartieri della Metropoli Inglese reso famoso dall’omonimo film interpretato da Hugh Grant e Julia Roberts. Tra le caffetterie e ristoranti, bistrot e pub, mercatini (non siamo lontani dal celebre Mercato di Portobello)  e negozi di design, cinema e altro, Notting Hill rimane uno dei luoghi più magici di Londra. Saremmo portati a pensare che i poveri non sono beneaccetti in un quartiere così altolocato, dove i prezzi degli appartamenti sono tra i più alti dell’Inghilterra.
Proprio a Notting Hill, nei locali di una parrocchia della zona, gli amici di Sant’Egidio/Londra da un paio d’anni organizzano “Our Cup of Tea”, ovvero una cena speciale per persone povere, senza fissa dimora, anziani soli, che mensilmente si ritrovano insieme per condividere con i volontari un pasto ma soprattutto gioie, speranze e preoccupazioni. Questa bella iniziativa ha richiamato l’attenzione della BBC, che ha dedicato al progetto un bel video che potete vedere attraverso questo link.






Il nome dell'iniziativa nasce come risposta a un'altra frase, "It's not my cup of tea" ("Non è la mia tazza di tè", un modo per dire "non è affare mio"), purtroppo molto utilizzata nel mondo anglosassone quando si parla di prendersi cura degli altri. Da appuntamento per un semplice tè in compagnia, "Our Cup of Tea" è cresciuta, divenendo una cena speciale nella quale si celebrano anche i compleanni degli amici più poveri. In questi giorni sono iniziati i preparativi per la cena della vigilia di Natale, il momento più atteso da tante persone sole che come tradizione vivono questa festa con Sant'Egidio.
Per realizzare tutto questo, la Comunità ha avviato a Londra una collaborazione con alcune organizzazioni benefiche, come la Felix Project, che forniscono il cibo pronto per essere cucinato dai volontari della Comunità.

Da Londra torniamo a Roma, e con piacere segnaliamo la quarta edizione dell’ AS FILM FESTIVAL, il primo Festival Cinematografico internazionale realizzato con la partecipazione attiva di persone che si riconoscono nella condizione autistica e sindrome di Asperger. Sabato 10 e Domenica 11 Dicembre, nella splendida cornice del Maxxi di Roma, si terranno le due giornate di presentazione del palinsesto ricco di cortometraggi di finzione e di animazione provenienti da tutto il mondo con numerose anteprime mondiali.
Alla presenza di attori come Vinicio Marchionni (Il Freddo di Romanzo Criminale-La Serie) e tanti altri importanti attori o registi, si terrà la proiezione e, come ogni concorso che si rispetti, la premiazione dei film in concorso nelle differenti categorie. Il Cinema diviene quindi una forma di inclusione sociale permettendo alle persone autistiche di poter esprimere attraverso video ed immagini le loro emozioni.

Torneremo presto con altre Buone Notizie!


 Mario Scelzo

sabato 3 dicembre 2016

Il Parco della Vita

Il Granducato di Toscana fu il primo Stato al Mondo ad abolire la Pena di Morte tramite l’emanazione, il 30 Novembre 1786, della “Legge di Riforma della legislazione criminale Toscana” meglio nota come “Codice Leopoldino”. Da alcuni anni, ogni 30 Novembre in memoria della prima storica abolizione, la Comunità di Sant’Egidio organizza “Cities for Life”, una iniziativa alla quale aderiscono molte associazioni, chiese ed organizzazioni di differenti Città e Nazioni, che prevede l’accensione simbolica di un monumento cittadino per dire “No alla Pena di Morte”. Ad esempio a Roma l’evento si svolge di fronte al Colosseo, simbolo della grandezza di Roma Imperiale ma anche arena che ha visto negli anni scorrere il sangue di tanti condannati a morte.




Per saperne di più sul 30 Novembre e sui passi avanti della campagna per l’abolizione della Pena di Morte rimando a questo articolo di AvvenireOggi vorrei in particolare parlarvi della adesione a “Cities for Life” del Parco Nazionale d'Abruzzo attraverso l’inaugurazione, lo scorso 23 Novembre a Pescasseroli, della “Via della Vita”.
La bellezza della Natura dice No alla Pena di Morte e dice Sì alla Vita. Siamo già a mio parere di fronte ad una bella notizia, ma vale la pena raccontare il percorso che ha portato a questa bella giornata (che, come possiamo vedere dalle foto, è stata baciata dal sole).




I miei primissimi lettori ricorderanno che in passato, nel 2014 se non sbaglio, abbiamo raccontato alcune storie di “umanizzazione” del Carcere, in particolare documentammo attraverso la testimonianza dell’amico Fabio Gui una "passeggiata ecologica" con i detenuti di Avezzano, giornata nella quale appunto alcuni volontari di Sant’Egidio, armati di fiato, scarpe adatte e simpatia, accompagnarono al Santuario della Madonna di Pietrarquaria 5 detenuti in una delle loro prime giornate di semilibertà.

Occasioni del genere sono, oltre che uno spazio di libertà ed umanità per chi vive dietro le sbarre, anche l’occasione per creare rapporti e tessere legami anche con le Istituzioni e con i suoi rappresentanti: per farla breve, tra Sant’Egidio ed i rappresentanti del Parco Nazionale si creano ben presto intesa e stima reciproca.


Anche a partire da queste iniziative, nel mese di Ottobre 2015 viene siglato un Protocollo d'Intesa triennale  tra il Provveditorato regionale per l’Abruzzo e il Molise del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria e la Comunità di Sant’Egidio, per ratificare e prolungare nel tempo l’impegno che i volontari dell’organizzazione religiosa mettono gratuitamente a disposizione, per migliorare il benessere e le condizioni di vita dei detenuti. Tradotto, questo porta ad una presenza costante dei volontari di Sant'Egidio nelle carceri di Vasto, Avezzano e Sulmona, e lascio immaginare ai miei lettori quanto una presenza amica possa contribuire a migliorare le condizioni di vita dietro le sbarre. Inoltre, vengono organizzati nelle carceri alcuni incontri con Tamara Chikunova,  una coraggiosa e determinata donna Uzbeka che dopo l'esecuzione del figlio 29enne ha fondato l'Associazione "Madri contro la Pena di Morte".

L’anno successivo, solo per citare uno dei tanti successivi momenti di incontro, nel comune di Lecce dei Marsi, si tiene un convegno con la partecipazione dei rappresentanti istituzionali locali ma soprattutto di numerosi studenti, nel quale Curtis Edward McCarty, un uomo che ha trascorso ingiustamente 22 anni nel braccio della morte, racconta ai ragazzi la sua terribile esperienza.




Incontro dopo incontro l’amicizia ed il legame crescono, per esigenze di sintesi saltiamo alcuni passaggi e torniamo alla attualità, quindi alla inaugurazione lo scorso 23 Novembre della “Via della Vita”, alla presenza del Cardinale Coccopalmerio Presidente del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, del Presidente della Commissione Affari Sociali della Camera Mario Marazziti, del Presidente Ente Autonomo Parco Nazionale d'Abruzzo Antonio Carrara, del Presidente della Comunità del Parco Nazionale d'Abruzzo Antonio Di Santo e di Bill Pelke testimone e fondatore dell'associazione americana dei familiari delle vittime contro la pena di morte.  
Alla cerimonia erano presenti numerosi studenti con i loro insegnanti, e con l’occasione è stata lanciata –e subito apprezzata- l'idea di sostenere i condannati a morte attraverso la corrispondenza, un aiuto che possono dare tutti, anche i più giovani.

La Lotta per l'Abolizione della Pena di Morte è ancora lunga, ma anno dopo anno, anche grazie alle amicizie ed ai legami che nascono dentro e fuori le sbarre, si trovano nuovi alleati per combattere questa giusta battaglia.

Mario Scelzo

mercoledì 30 novembre 2016

I Corridoi Umanitari e la Fiat 500

Il 1 Luglio 1957 la Fiat lancia sul mercato automobilistico la Fiat 500, modello destinato a rivoluzionare la storia dell’industria del Belpaese, del costume, delle abitudini delle famiglie, direi della stessa società italiana del Dopoguerra. Ad essere precisi, l’automobile in questione viene presentata al pubblico col nome di “Fiat Nuova 500” per sottolinearne la “continuità storica” con la 500 “Topolino”, ma tutti gli italiani si abitueranno presto a chiamarla semplicemente Cinquecento.





Il 1° e il 2 dicembre, grazie ai "Corridoi Umanitari" realizzati dalla Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei), dalla Tavola valdese e dalla Comunità di Sant'Egidio, arriveranno all'aeroporto di Roma Fiumicino -evitando quindi i viaggi della disperazione nel Mar Mediterraneo- altri cento profughi, in massima parte siriani, provenienti dal Libano. A meno di un anno dall'avvio di questo progetto, realizzato nell'ambito di un protocollo d'intesa che i promotori hanno sottoscritto con i Ministeri dell'Interno e degli Affari Esteri, si raggiunge così la prevista quota dei 500 arrivi in totale nel 2016.
Ho voluto giocare sul numero 500 per legare insieme due “eccellenze” del Made in Italy: la Fiat 500 e “Quota 500 arrivi” attraverso i Corridoi Umanitari. Se la 500 è stata un “modello replicabile” -e di grande successo- di autovettura, i Corridoi Umanitari si avviano ad essere un modello replicabile di integrazione ed accoglienza sostenibile.




Le foto che accompagnano questo articolo me le ha gentilmente donate Marco Palombi, un importante fotoreporter freelance con un ricchissimo bagaglio di collaborazioni, da Repubblica a Terres des Hommes, passando per Emergency ed altre agenzie del settore. Nella loro eloquenza, questi scatti documentano il dramma delle “vite migranti” ma anche le difficoltà e la pericolosità dei viaggi della speranza per raggiungere l'Europa.




Cosa vuol dire aver raggiunto la quota simbolica di 500 ingressi? «Ė un risultato di grande importanza – commenta Paolo Naso, coordinatore di Mediterranean Hope-Programma rifugiati e migranti della Fcei – Lo abbiamo raggiunto grazie al convinto sostegno dei Ministeri interessati, dei nostri vari partner internazionali e della generosità con cui la Diaconia valdese, numerose chiese evangeliche e parrocchie cattoliche si sono impegnate in un eccezionale lavoro di accoglienza e di integrazione dei profughi. A meno di un anno dall'avvio del progetto, in un'Europa che tace o si barrica alzando muri e chiudendo le frontiere, l'Italia indica una strada diversa e alternativa che ha raccolto ampi consensi nella società civile di altri paesi dell'Unione europea ai quali chiediamo di adottare il modello dei corridoi umanitari, trasformando così una buona pratica nazionale in uno strumento condiviso di gestione dei flussi di profughi in condizioni di vulnerabilità. 




Vorrei sottolineare come recentemente anche la Conferenza episcopale italiana (Cei), d'intesa con la Caritas e la Fondazione Migrantes e Sant’Egidio, abbia annunciato l'impegno a sostenere nuovi corridoi umanitari per 500 profughi. Insomma, come accadde per la Fiat 500, il modello dei Corridoi viene ripreso ed attuato su larga scala. Su queste pagine abbiamo raccontato i percorsi “concreti” di integrazione di alcuni nuclei familiari, seguendo le famiglie arrivate a Fiumicino nei loro percorsi di integrazione "di prossimità" gestiti dalle parrocchie e dalle associazioni, per chi volesse approfondire rimando a queste due belle storie che uniscono l'Italia da Brescello a Bari.

“Chi salva una vita salva il mondo intero”, afferma una frase del Talmud resa “famosa” dal film Schindler’s List. Condivido totalmente questa affermazione, anzi direi uno degli obiettivi di questo Blog è raccontare le tante piccole o grandi storie di salvezza quotidiana che spesso non raggiungono i riflettori della cronaca.





Ancor di più, chi di vite ne salva 500, propone un “modello” di salvezza, e questo direi è l’obiettivo –già in parte raggiunto- dai promotori dei Corridoi Umanitari. Dietro ognuna delle 500 persone accolte c’è una storia, un percorso, un progetto per il futuro, e le foto di Marco Palombi direi ci aiutano ad identificare "il migrante anonimo" con il volto di un bambino o un padre di famiglia, ci consentono di considerare il migrante come ad una persona "normale" che aveva una casa e degli affetti ed ha dovuto lasciare tutto per scappare dalla guerra, come accade ad esempio per i numerosissimi profughi siriani. 




La Fiat 500, tra il 1957 ed il 1975, ha immesso sul mercato quasi 4 milioni e mezzo di esemplari. I Corridoi Umanitari si candidano a diventare un Modello Replicabile di Accoglienza Sostenibile da poter applicare sotto la Bandiera Europea.

Mario Scelzo

martedì 22 novembre 2016

La Mafia Uccide Solo d'Estate

Oltre 6 milioni di telespettatori hanno seguito ieri sera su RaiUno i primi due episodi della Fiction “La Mafia Uccide Solo d’Estate”, tratta dall’omonimo film di Pif che nel 2013 si rivelò uno dei maggiori successi di pubblico e di critica.
Ho deciso di annoverare la realizzazione di questa fiction tra le buone notizie, in quanto ritengo che l’opera di Pif possa considerarsi un validissimo e concreto strumento di lotta alla Mafia ed alla criminalità in generale, molto più utile di tanti seminari, convegni, dibattiti ed approfondimenti “istituzionali” sul contrasto alle criminalità, che seppure utili ed importanti, rischiano di rimanere appunto chiusi nei canali istituzionali.





In sintesi, quello che proverò a spiegare in queste righe è che ridere della Mafia, demitizzarla, dissacrarla, è il miglior modo per combatterla, e Pif ha avuto la capacità ed il merito di raccontare la Mafia senza fare sconti alla verità storica ma in maniera leggera ed efficace. La Mafia vive di "onore e rispetto", ridere dei mafiosi è il primo modo per togliere loro il Potere.
Prima di tutto (cosa non scontata ed affatto rara nel panorama televisivo italiano) la serie tv è ben fatta, gli attori sono bravi, le ricostruzioni storiche sono veritiere, aldilà dei contenuti è un prodotto che si lascia seguire, lo spettatore non ha voglia di cambiare canale (come provano anche gli alti dati di ascolto).

Vengo però al nodo della questione; la Mafia (o Camorra, o Mala in generale) viene quasi sempre raccontata dal Cinema o dalla Tv Italiana o in maniera didascalica ma poco efficace, oppure in maniera involontariamente “eroica”, si pensi a prodotti tv di indubbio valore come “Gomorra la Serie” o “Romanzo Criminale” i quali, volendo raccontare alla lettera e con efficacia le vicende in questione, hanno finito per ammantare di una patina di eroismo personaggi come Il Freddo ed il Dandi oppure i membri della Famiglia Savastano.
Non voglio criticare queste due serie tv (che personalmente ho seguito con molto interesse) e non voglio proporre nessuna “censura”, anzi penso sia giusto far conoscere al grande pubblico le modalità con cui opera, spesso sottotraccia e con le complicità del "Potere", la criminalità organizzata, vedo però il rischio che tanti bambini o adolescenti, senza una adeguata “formazione”, possano intravedere nei “cattivi” dei personaggi “veri”, “vincenti”, dei modelli da imitare.






Al contrario, e questo secondo me è il grande merito di Pif, i mafiosi e/o i loro “collaboratori” nelle istituzioni, ci vengono presentati in questa serie Tv come persone ignoranti, tristi, non particolarmente intelligenti, inadeguate al proprio “ruolo”. Emblematica è ad esempio la scena nella quale Totò Riina, “Il Capo dei Capi”, si presenta ad omaggiare l’ex Sindaco di Palermo Ciancimino e non riesce a pronunciare in italiano corretto la frase di augurio.

Pif, utilizzando la chiave della ironia, manda un messaggio fortissimo: i mafiosi sono delle persone grette, meschine, che spesso fanno una brutta vita “costretti” all’isolamento, non hanno il gusto del bello, devono costantemente nascondersi e di fatto non possono neppure godere dei soldi e del potere che accumulano. La Serie Tv inoltre ha un linguaggio giovane e dinamico, son convinto è stata e sarà vista da molti ragazzi, molti dei quali posso immaginare vivranno in quartieri disagiati, è importante mostrare loro quanto la Mafia sia un sistema “perdente”, debole, triste.

C’è poi un messaggio importante, direi un invito, che si intuisce sottotraccia in tutta la Fiction: la Mafia non devono “combatterla” solo le forze dell’ordine o i magistrati, ma il contrasto alla criminalità deve essere opera quotidiana di ogni cittadino, qualsiasi siano la sua professione o attività. Gli autori della fiction sono molto bravi a tratteggiare le tante piccole omertà quotidiane che di fatto sono la miglior protezione possibile per i “professionisti” del malaffare. Commercianti, impiegati, persone normalissime che, di fronte ai piccoli o grandi soprusi, si voltano dall’altra parte, fanno finta di nulla, riportano tutto alla “normalità”. Di fronte ad un omicidio chiaramente mafioso si dice “chesta roba di femmine è”. Quando poi le Ville Liberty saltano in aria per fare spazio ai palazzoni, nessuno sente o preferisce non sentire il boato delle cariche esplosive.






Ora, il mio intento non è condannare o giudicare nessuno, troppo facile parlare da fuori e prendersela con chi quotidianamente, suo malgrado e spesso per colpa della assenza delle istituzioni, è costretto a convivere in contesti altamente criminalizzati, ma pensate che rivoluzione se di fronte al mafioso di turno partisse una bella e sonora risata. Pensate che smacco per un Riina o Provenzano vedersi descritti come due stupidotti poco istruiti. (Ricordo nel Film un Provenzano incapace di utilizzare il telecomando del condizionatore, purtroppo qualcuno lo ha aiutato ad attivare il telecomando che ha avviato la Bomba della Strage di Capaci).

Ridere della Mafia non è mancanza di coraggio, al contrario è un atto liberante, a Pif va dato il merito di aver ideato uno schema di racconto efficace ed innovativo, capace di essere uno strumento di lotta alla criminalità.

La Mafia si sconfigge anche non prendendola sul serio.


Mario Scelzo

martedì 15 novembre 2016

Coronata. Il Campus dei Miracoli.

Un Ospedale abbandonato e decadente che viene restituito alla collettività e diviene un Campus Universitario per i Migranti capace di accogliere e formare quasi 200 studenti, offrendo loro una scuola di italiano e dei corsi di formazione professionale nonché delle borse di avviamento al lavoro, tutto questo accade a Genova grazie al generoso contributo della Fondazione Bill e Melinda Gates….
Tutto quello che avete letto è vero, tranne l’ultima riga. 





Quanto sta accadendo a Genova-Coronata è reso possibile dalle capacità, dall’impegno e dalla lungimiranza dell’Ufficio Diocesano Migrantes di Genova (nella persona di Don Giacomo Martino) e dei suoi collaboratori.  Proverò a raccontarvi, in questo che di fatto è il primo reportage sul campo del Blog Buone Notizie, quanto già è stato realizzato e quanti progetti ci sono in cantiere sulla collina che sovrasta Cornigliano.
Prima di raccontare nel dettaglio le vicende del Campus di Coronata, mi preme sottolineare che, senza nulla togliere al mio Blog, quanto vi sto per raccontare meriterebbe a mio parere di apparire sulle prime pagine delle principali testate nazionali come un modello possibile (e sostenibile) di accoglienza, integrazione e tutela del territorio.




Andiamo con ordine. Nei giorni scorsi, in una bella giornata di sole, ho trascorso un piacevole pomeriggio sulla collina di Coronata insieme a Maurizio Aletti, Presidente della Cooperativa “Altra Storia" nonché “anima” del “Campus dei Migranti”. Maurizio, col suo fare spontaneo ma deciso, tra un bicchiere di vino ed un panino con la cima, mi ha spiegato passo passo la nascita e la realizzazione del progetto. Maurizio è una di quelle persone che ascolteresti parlare per ore, vista la sua competenza nel settore ma soprattutto per la sua umanità condita dal parlare diretto e senza giri di parole tipico dei genovesi. Ma andiamo con ordine.





L’Ospedale San Raffaele di Genova era una struttura abbandonata da anni, un enorme edificio con un bel panorama sulla vallata, lasciato dal Comune alla mercè di vandali ed occupanti di vario genere. Tutto questo mentre, come sapranno i miei lettori, scoppia quella che potremmo chiamare “l’emergenza migranti”. In sintesi, la cooperativa messa su da Maurizio e da Don Giacomo Martino negli ultimi due anni assume la gestione di circa 260 richiedenti asilo.
Un rapidissimo ripasso “tecnico”. Il migrante che oggi sbarca in Italia e viene identificato, ha la possibilità di richiedere lo status di rifugiato. Una apposita commissione si riunisce periodicamente si riunisce per approvare o meno lo status di rifugiato, grossomodo circa il 40% delle domande vengono accolte in prima istanza.
In attesa del pronunciamento della commissione, si parla di “richiedenti asilo” per i quali lo Stato sborsa all’incirca 35 euro al giorno. Attenzione, sfatiamo una leggenda metropolitana, il migrante non riceve affatto 35 euro al giorno, a seconda delle regioni riceve 2-3 euro, 35 euro è il costo complessivo del pernottamento, dei pasti e delle cure sanitarie, insomma della gestione complessiva della “persona migrante.





In sintesi, le Prefetture appaltano la gestione quotidiana dei richiedenti asilo alle cooperative, ogni cooperativa riceve dallo Stato 35 euro al giorno per ogni migrante. Qui subentra l’intelligenza dei nostri amici genovesi, che ragionando su grandi numeri ma soprattutto con una visione strategica per il futuro, non si accontentano di “fare il minimo sindacale” e spendere i soldi loro assegnati per la gestione ordinaria della quotidianità, ma si mettono in testa di realizzare qualcosa di straordinario, un Campus Universitario, ed il bello è che ci riescono. Come? Semplicemente facendo economia, e destinando parte dei fondi a disposizione alle attività del Campus.

Il Comune mette a disposizione i locali dismessi dell’Ospedale, la Cooperativa seleziona insegnanti di lingua italiana (grazie alla collaborazione con la scuola di Lingua della Comunità di Sant’Egidio) nonché operatori sociali ma anche esperti artigiani. La Scuola di Italiano è obbligatoria, poi lo “studente” può scegliere se frequentare il corso edile, quello agrario o la scuola di sartoria. Gli studenti poi, come in un vero Campus alla americana, possono partecipare ad attività integrative e/o di svago come cineforum, tornei di calcetto, c’è chi organizza jam session di musica etnica….la giornata (dal lunedì al venerdì, dalle 10 alle 17) passa in fretta.





Nel corso del mio pomeriggio ho assistito a prove in sala musica, poi alla “vestizione” per il lavoro nei campi, alcunu studenti navigavano in rete,  nel frattempo altri si cimentavano in opere di muratura, nei campetti improvvisati futuri Salah, Muriel, Drogba e Gervinho si sfidavano nel derby della Lanterna o in un anticipo di Coppa d’Africa.
In pratica, pur se il “diploma” rilasciato dal Campus non è tecnicamente valido, il giovane richiedente asilo, che poi è Daouda, Mohammed, Jamil, Mustafa, cioè un ragazzo come i nostri figli o nipoti, impara la lingua e le basi di un mestiere, di modo che quando dovrà fisiologicamente lasciare i percorsi statali di accoglienza non arriverà ad affrontare il nuovo mondo senza nulla in mano. Per alcuni di loro, grazie alla rete di rapporti creata da Don Giacomo, si aprono anche prospettive di lavoro o almeno di tirocini professionali.

C'è un ulteriore passaggio -il progetto parrocchie- pensato per fornire opportunità ai ragazzi che frequentano il Centro ed il Campus. Ricorderete che più volte Papa Francesco ha invitato Parrocchie e Religiosi ad aprirsi, concretamente, alla accoglienza ai profughi; Partendo da questo, gli ideatori del progetto (Don Giacomo e Maurizio) hanno contattato alcune parrocchie per concordare l'accoglienza di piccoli gruppetti di richiedenti asilo, massimo 4-6 persone per parrocchia, in modo da creare una occazione di accoglienza "di prossimità", ideale per stabilire relazioni vere, concrete, con persone e famiglie della parrocchia e del quartiere. L'idea è di creare attorno al migrante una rete di prossimità che gli renderà meno difficile il futuro, poi diffondendo l'accoglienza sul territorio si evitano "tensioni" come quelle che può generare, estremizzo, l'accogliere mille persone in quartieri periferici già disagiati. Sintetizzando, si tratta di passare dal migrante anonimo, a Mustafà l'elettricista, Daouda che fa i piccoli lavoretti, Jamil che si propone come badante, Mohammed che suona bongo e chitarra con gli altri ragazzi del quartiere.

Una struttura abbandonata riprende vita, i richiedenti asilo invece di passare la giornata senza far nulla apprendono conoscenze e saperi, ma ho lasciato per ultimo un tema importante, quello della tutela del territorio.




Da pochi giorni la Cooperativa ha ottenuto la concessione in comodato d’uso da parte del Comune di Genova di un bel terreno con annesso vigneto, anch’esso abbandonato da anni. Un vigneto oggi incolto ed impervio ma con un passato “nobile”, su queste colline si produceva il Val Polcevera Coronata un ottimo bianco citato perfino da Stendhal nel suo Viaggio in Italia. Giocando con le parole, mi scuserete se non politically correct, potremmo dire che “Nero fa Bianco”, mentre parallelamente procede il progetto “Rifùgiati in Fattoria”, sotto l’attenta guida di Simone Blangetti, operatore della Cooperativa nonché, lo ringrazio, la persona che mi ha fatto conoscere l’esistenza di questa splendida iniziativa, alla quale non possiamo che augurare un brillante futuro, sperando che venga presa a modello da altri operatori del settore.
Ah dimenticavo! L’accoglienza ai “Neri” crea lavoro ben retribuito per circa 30 “bianchi”, visti i chiari di luna della nostra economia non mi pare poco.

Spero di tornare presto a Genova per bere un bel Bianco di Coronata insieme ai miei amici del Campus. 

Mario Scelzo

mercoledì 9 novembre 2016

Cronache dalla Villetta della Misericordia: Il Compleanno di Rosa






Non so quale regalo abbia ricevuto Rosa per il suo compleanno, sicuramente ha avuto il dono di una famiglia grande, allargata, fatta di giovani ed anziani che le vogliono bene, come possiamo intuire da questa splendida foto. In tanti si sono stretti attorno a lei considerandola parte della propria famiglia, ed a giudicare dai volti sereni, Rosa ha ricevuto amicizia ma è stata anche in grado di donarne a piene mani.
Ho conosciuto la signora Rosa – nome di fantasia - la sera prima del suo 85° compleanno mentre ero in turno alla Villetta della Misericordia, la struttura di accoglienza aperta recentemente grazie alla collaborazione tra il Policlinico Gemelli e la Comunità di Sant’Egidio.




Non ci eravamo mai visti prima, eppure poco dopo Rosa, avendo sentito dire da altri che sono un giornalista (per la cronaca, non voglio appropriarmi di titoli che non ho, non posseggo il tesserino dell’Ordine), ha iniziato a raccontarmi alcuni passaggi della sua vita avventurosa, dall’incontro con Mandela alla amicizia con Tiziano Terzani – che non sopportava quella, come si chiama l’Oriana, stavano sempre a battibeccare - passando dalla conoscenza con la principessa Soraya – “le facevo i massaggi quando era a Roma, aveva una bella casa in Via Veneto” – ai racconti degli anni passati nel Continente Nero.
Poco dopo Rosa (donna di grande cultura, tuttora instancabile lettrice, sul comodino c’era Il Diario della Motocicletta di Che Guevara) ha voluto chiamarmi nella sua stanza per mostrarmi l’abito che avrebbe indossato l’indomani durante il festeggiamento dei suoi 85 anni. Mi hanno raccontato che ha passato molto tempo prima a scegliere l’abito migliore, poi a rammendarlo con ago e filo.




Facciamo un passo indietro. Rosa ha avuto una vita avventurosa ma non facile, specialmente negli ultimi anni, ed a seguito di alcune vicende che omettiamo in rispetto della sua privacy, negli ultimi anni di fatto ha vissuto tra il Pronto Soccorso e l’atrio del Policlinico Gemelli di Roma. La sua “casa” diviene la sua carrozzella, che non abbandona mai, neppure la notte, un po’ per necessità ma soprattutto per abitudine e mancanza di alternative.
Le difficoltà della vita l’avevano resa diffidente, quindi non sono stati semplici gli approcci tra lei ed i volontari della Comunità di Sant’Egidio che periodicamente le portavano un panino, una bibita ma soprattutto una ventata di amicizia nell’atrio anonimo del Pronto Soccorso. Pian piano però si crea un legame e Rosa inizia a mostrare il lato migliore del suo carattere, mostrandosi bendisposta verso i suoi nuovi amici.
Nel corso dell’estate, in prossimità della apertura della Villetta della Misericordia, Rosa riceve dai suoi amici volontari l’invito a diventarne una ospite, passando dalle notti umide al Pronto Soccorso ad avere un letto ed una stanza tutta per lei, eppure Rosa rifiuta questa generosa proposta. Ma, gli amici di Sant’Egidio sono tenaci, e lavorano di fantasia.




-Io non ci vengo a dormire lì dentro, sto tanto bene sulla mia carrozzella.
-magari passa cinque minuti a prendere un thè
-è troppo lontano
-ti accompagniamo noi
-in fondo è carina questa casetta…ma…non ci voglio venire
-magari vieni e ti fai una doccia
-ma che dite….posso restare qualche ora? Poi però torno al Pronto Soccorso, anche se….qui è più caldo. Magari resto in stanza, ma senza usare il letto.
-allora, vuoi restare anche domani?
-certo la stanza è bella, ma il letto è troppo morbido. Se magari ci mettete sotto una asse  di legno….

Giorno dopo giorno, Rosa si abbandona all’amicizia del volontari, ed oggi la Villetta è casa sua. Ha una bella stanza, un letto comodo, ma soprattutto ha tanti amici che le riempiono le giornate e la vita. Sta per arrivare la stagione fredda, Rosa dormirà tra quattro solide mura riscaldate dal calore dell’amicizia.


Mario Scelzo

domenica 6 novembre 2016

L'Italia della Accoglienza, Cronache da Reggio Calabria

 "… Che cosa succede al mondo di oggi che, quando avviene la bancarotta di una banca, immediatamente appaiono somme scandalose per salvarla, ma quando avviene questa bancarotta dell'umanità non c'è quasi una millesima parte per salvare quei fratelli che soffrono tanto? …”. Con queste parole nei giorni scorsi Papa Francesco, nel corso dell’incontro coi movimenti popolari internazionali, ha voluto richiamare per l’ennesima volta il Mondo Occidentale ai suoi valori di accoglienza, specialmente riguardo alle persone che muoiono in mare cercando di raggiungere l’Europa.




Premesso che l’integrazione va “gestita”, che non è sempre tutto facile, che indubbiamente l’Italia si trova ad affrontare un flusso probabilmente eccessivo di migranti – bene fa a mio parere il Premier Renzi a battersi per rendere il tema della immigrazione una questione europea – ritengo esista un vero spartiacque tra chi opera per l’accoglienza e chi invece alza le barricate di fronte a donne e bambini. Oserei dire che se destra e sinistra sono categorie forse superate, oggi almeno in Italia si è creata una divisione tra l’Italia che accoglie e l’Italia che alza i muri. Ripeto, l’accoglienza va “studiata”, gestita, ci vogliono leggi, sono benvenute iniziative meritorie come quella dei Corridoi Umanitari ma non ritengo degno dei Valori Europei lasciar morire in mare chi sogna un futuro migliore. In sintesi estrema, va bene discutere di immigrazione, ma solo DOPO aver salvato i migranti in mare.
In questi giorni abbiamo visto quella che mi permetto di chiamare l’Italia Peggiore, quella fomentata da certa classe politica che incita all’odio ed alla paura del diverso, alzare le barricate a Goro per difendersi dalla “invasione” di 12 donne e bambini. Questa “battaglia per  l’inaccoglienza” ha avuto un enorme impatto mediatico, ma l’Italia è piena di donne ed uomini che ogni giorno, silenziosamente, lavorano per costruire un paese solidale ed accogliente, e mi permetto di dire che i Media Nazionali dovrebbero dare maggiore risalto a queste realtà della Italia Migliore.
Spesso le storie che racconto su queste pagine “nascono” da incontri virtuali, mi permetto di dire che i social hanno il potere di creare una Rete tra chi lavora per l’accoglienza. Grazie ad amici comuni sono entrato in contatto con Maurizio Dei, un Missionario Laico Scalabriniano, e gli ho chiesto di raccontarci una giornata tipo di quelle che lui vive a Reggio Calabria, insieme al Coordinamento Diocesano Sbarchi. Lascio a lui la parola, vorrei che leggeste con entusiasmo ed ammirazione il suo racconto, quello di persone comuni che quotidianamente si mettono in rete per cercare di sopperire alle carenze delle Istituzioni, locali o mondiali che siano. Vorrei inoltre, in quanto cittadino italiano, ringraziare Maurizio e tutte le persone/associazioni da lui citate per il lavoro che compiono ogni giorno per costruire un mondo più umano ed accogliente.




Due notazioni prima di lasciare la parola al racconto di Maurizio. La prima, la Congregazione dei Missionari di San Carlo - gli Scalabriniani per capirci - nasce proprio dall’opera missionaria di accoglienza e soccorso ai migranti che all’epoca partivano per le Americhe, potremmo dire che l’accoglienza odierna “conferma” il carisma dei seguaci del Beato Giovanni Battista Scalambrini. La seconda, il racconto di Maurizio era ricco di nomi ed associazioni, per esigenze di sintesi ho dovuto operare alcuni tagli al testo. Rimando alla pagina Facebook del Coordinamento Ecclesiale Diocesano per ulteriori dettagli ed aggiornamenti (scrivete così su facebook e la trovate).
Da qui in poi Maurizio:
L'impegno per la giornata dell'accoglienza al porto inizia il giorno precedente quando la Prefettura convoca i tre componenti del consiglio direttivo del nostro "Coordinamento diocesano emergenza sbarchi" per comunicarne i dati: data e orario d'attracco previsti, il nome della nave, il numero complesssivo dei naufraghi suddivisi per sesso, numero di minori, eventuali criticità. Ai lavori, oltre alle forze dell'ordine e della sanità,  partecipano parallelamente a noi altre associazioni di volontariato riconosciute come la Protezione Civile che coordina per il Comune, l'UNHCR, Save the Children ed altre riconosciute dalla Prefettura e a livello internazionale ma, quelle su cui le autorità locali fanno perno sono il nostro Coordinamento e le associazioni legate alla Protezione Civile Nazionale.                                                                                                                   Il Coordinamento Diocesano per l’Emergenza Sbarchi nacque tre anni fa grazie alla sinergia tra alcune associazioni già operanti sul territorio di Reggio. Di fatto il Coordinamento è gestito da un "Triunvirato della Carità" nelle persone di Padre Bruno Mioli, "giovane" ottantenne direttore della Migrantes Diocesana Reggina (sempre presente agli sbarchi), Bruna Mangiola della Agesci e Giovanni Fortugno della Associazione Papa Giovanni XXIII.




Il nostro compito e le nostre incombenze sono sempre più andate intensificandosi e perfezionandosi nel tempo, non andando oltre alla semplice accoglienza che si limita nel donare un po' del nostro tempo, della nostra disponibilità, una merendina, un succo o un tè caldo, una bottiglietta d'acqua e un sorriso sempre, sempre ricambiato. Ognuno di noi al mattino, sceglie il proprio compito, se offrire la merendina e il succo oppure distribuire l'acqua, le ciabatte infradito o collaborare nell'angolo nursery della nostra tenda dove vengono lavati e assistiti i neonati e donne in stato interessante, li accompagniamo e seguiamo nei giorni successivi in cui restano a Reggio come seguiamo quasi tutti i minori non accompagnati o i ricoverati in ospedale.                                                                                          
Quando sbarcano salme, di qualsiasi fede religiosa siano, pure loro vengono accompagnate e tumulate nel camposanto di Armo qui a RC dove, tutte assieme trovano finalmente pace.  Il compito di verifica medica è affidato a quattro medici, i nostri Angeli del porto,  tre dottori e una giovane dottoressa che, seppur coadiuvati qua a Reggio da altri medici volontari magari ex ospedalieri, sono gli unici quattro titolari effettivi della Servizio Sanitario Nazionale e dalla nostra Capitaneria di Porto a RC devono presenziare tutti gli sbarchi su tutte le coste calabresi, tirreno -jonio, anche due in contemporanea, un lavoro massacrante. Il loro compito è visitare i profughi per avviarli subito ai pullman verso le rispettive destinazioni, oppure farli passare prima dalla tenda dei primi trattamenti anti-scabbia o anti-peducolosi, piuttosto che alle ambulanze per i ricoveri d'urgenza.                                                                                                



Intanto gli scafisti o presunti tali vengono trasferiti per primi verso la questura. Gli altri, dopo un primo riconoscimento vengono trasferiti tutti in questura, se necessario in più giornate, max.400 al giorno, per il riconoscimento vero e proprio e dove i non aventi diritto di asilo, ricevono il decreto di espulsione immediato. Coloro che restano al porto oltre i 400 visionati, dormiranno al porto nella nostra tenda e qualcuno di noi li veglierà.                                                
Il Coordinamento conta oltre sessanta volontari, attorno ad esso ruotano gruppi scout di altre città, anche del centro e nord Italia che specialmente in estate vengono per servizio volontario, giovani che arrivano spesso con perplessità fondate e spesso negative su questo aspetto migratorio ma che ripartono con convinzioni e sentimenti completamente diversi.
Personalmente, in questi tre anni e più ho vissuto momenti molto toccanti e difficili, sentito storie raccapriccianti, visto e toccato con mano ferite terribili su tanti corpi e anime martirizzati e violati.                                                                                      Tante famiglie ci hanno contattato dai posti di arrivo, ne ricordo una che ci chiamo’ dalla Svezia; Erano Siriani, ci informarono di essere riusciti a ricongiungersi con i parenti e conclusero con un “Grazie Chiesa”. Ci sono poi i ragazzi senegalesi rimasti a Reggio Calabria che la domenica aiutano a pulire le piazze, ma allo stesso tempo non posso dimenticare la disperazione di donne africane che raccontano di aver perso nel viaggio i figli piccoli o il marito, l’ultima che ho incontrato ha visto affogare i figli di 3 e 5 anni gettati in mare dallo scafista. 
Il racconto di Maurizio continua, ci saranno nuovi sbarchi, l'emergenza non finirà domattina, ci conforta sapere che al Porto di Reggio Calabria operano degli Angeli che alleviano le sofferenze dei Migranti.
MARIO SCELZO