sabato 23 aprile 2016

Dalla Siria a Brescello, Storia di Liberazione.

Liberazione è scappare dalla Guerra in Siria, vivere per mesi da sfollati in Libano, e poi ricominciare una vita nuova nella Pianura Padana. Liberazione è veder crescere i propri figli non sotto le bombe o nel freddo di una tenda, ma nel calore di una Casa e circondati dall’affetto di una Comunità.
In questi giorni in Italia ricordiamo la Liberazione dal Nazifascismo, una pagina gloriosa della nostra storia nazionale. Vorrei su queste pagine parlarvi di una nuova avventura di Liberazione, quella operata dalla Comunità di Sant’Egidio, dalla Comunità Giovanni XXIII e dalla Chiesa Valdese attraverso i Corridoi Umanitari.



Abbiamo già parlato su queste pagine dei Corridoi Umanitari, in sintesi estrema si tratta di un progetto-pilota, il primo di questo genere in Europa, che ha due principali obiettivi:
1.     evitare i viaggi con i barconi nel Mediterraneo, che hanno già provocato un numero altissimo di morti, tra cui molti bambini.
2.     concedere a persone in “condizioni di vulnerabilità” (ad esempio, oltre a vittime di persecuzioni, torture e violenze, famiglie con bambini, anziani, malati, persone con disabilità) un ingresso legale sul territorio italiano con visto umanitario e la possibilità di presentare successivamente domanda di asilo.

Nello scorso mese di Febbraio è arrivato a Roma il primo consistente gruppo di profughi, in prevalenza siriani provenienti da un campo profughi libanese. I circa 100 siriani sono stati accolti in differenti strutture sparse in Italia messe a disposizione dalle varie comunità organizzatrici della iniziativa. A distanza di un paio di mesi dal loro arrivo, ci siamo voluti informare di come procede il loro inserimento in Italia ed abbiamo chiesto agli amici della Comunità Papa Giovanni XXIII (per capirci, quella fondata da Don Oreste Benzi nel 1968) di raccontarci l’inserimento in Italia dei Profughi Siriani.



Ci scrive Mattia, un ragazzo come tanti, studente universitario che però trova il tempo e la voglia di rendersi utile per il prossimo; leggiamo il suo resoconto:

Mentre scrivo, è già passato un mese e mezzo dal loro arrivo in Italia. Un viaggio lunghissimo durato anni. In Libano il nucleo familiare, giunto nella bassa reggiana, abitava nello stesso campo profughi in cui vivevamo anche noi di Operazione Colomba, a Tel Abbas (Nota dell’Autore – i volontari di Papa Giovanni XXIII erano presenti da anni nel campo profughi in Libano e la loro conoscenza diretta ha consentito la scelta delle persone maggiormente indicate per i corridoi umanitari; Operazione Colomba è il nome del Progetto, al quale anche Mattia ha partecipato). La famiglia che io seguo vive in un appartamento messo a disposizione dalla Parrocchia di Brescello ed è composta di un padre e di una madre, delle famiglie dei loro figli e della famiglia di un loro nipote per un totale di 21 persone. Nel nostro territorio le famiglie non vivono tutte insieme, ma abitano in paesi differenti molto vicini fra loro (Brescello, Santa Vittoria di Gualtieri, Bagnolo, Novellara). Il progetto è coordinato dalla Caritas di Reggio Emilia.

In questo mese e mezzo è stato necessario spostarsi continuamente: visite mediche, vaccinazioni, viaggi in questura, incontri in Caritas, visite ai parenti. Per nostra fortuna sono tantissime le famiglie che si sono rese disponibili a portarli in giro.
Ma l’accoglienza di queste persone è iniziata molto prima il loro arrivo in Italia: occorreva trovare gli appartamenti e arredarli; occorrevano pentole, coperte, indumenti e mille altre cose. Nei paesi tutti hanno portato qualcosa e gli appartamenti, prima vuoti, ora sono fantastici. In tanti, sia appartenenti alle realtà ecclesiali sia privati cittadini, hanno contribuito come possibile per aiutarci a predisporre la loro accoglienza.

Al loro arrivo dovevamo farli sentire a casa, con visite di cortesia nel loro nuovo appartamento e facendo conoscere loro le persone del paese. Dopo un mese di accoglienza è giusto dire che una partecipazione così importante (da parte dei volontari, ma soprattutto da parte delle comunità ospitanti) era imprevedibile, tanto che quotidianamente ricevono visite di persone locali che si possono dire loro amici. Nel frattempo tutti i bambini vanno già a scuola da un paio di settimane e a Brescello è nato un bambino, Khaled. Ha una settimana. E’ il segno concreto della rinascita ad una vita nuova, lontana dalla Guerra.




Qui termina il racconto di Mattia. Sottolineo solo alcuni concetti: collaborazione, accoglienza, partecipazione. Il progetto dei Corridoi Umanitari non è lo sforzo di un singolo ma un complesso lavoro di rete, che parte dai contatti con le Istituzioni Europee per arrivare poi a Brescello e Novellara. Mattia è un ragazzo d’oro (lo scrivo pur non conoscendolo di persona), ma grazie a tanti Mattia, a tante persone che nel loro piccolo collaborano insieme è possibile costruire un Mondo Nuovo, un futuro migliore, è possibile portare la Liberazione nella vita di Khaled e nei tanti bambini che nasceranno.

Mario Scelzo

sabato 9 aprile 2016

Per amore del Popolo Mozambicano non tacerò.

Nei giorni scorsi si è spento l’Arcivescovo Emerito di Beira Don Jaime Goncalves, già Presidente della Conferenza Episcopale Mozambicana e mediatore nel Processo di Pace in Mozambico tra la Frelimo e la Renamo. Le fonti principali di questo articolo sono da un lato una mia diretta conoscenza del Mozambico, del suo territorio e della sua storia grazie alla mia esperienza con la  Comunità di Sant’Egidio, dall’altro l’ottimo libro di Roberto Morozzo della Rocca “Mozambico: dalla guerra alla pace – Storia di una mediazione insolita”, edito dalle Edizioni Paoline.

“Per amore del mio popolo non tacerò”, è il titolo (ispirato ad Isaia 62) del documento che Don Peppino Diana scrisse nel 1991 per chiedere ai suoi fedeli un impegno civile contro il clan camorristico dei Casalesi.
E’ proprio per amore del suo popolo, quello mite e pacifico del Mozambico, che Don Jaime Goncalves ha scelto di non tacere e di spendere la sua vita nella ricerca del Dialogo e della Pace. La sua attività di Pastore delle Anime si è intrecciata con la Grande Storia, passando dalla fine del Colonialismo alla Caduta del Comunismo, alle sfide del nuovo millennio. Vorrei provare su queste pagine a trattare un breve profilo di Don Jaime Goncalves.



Il Mozambico è stato uno degli ultimi paesi africani a raggiunge l’Indipendenza, la  ottiene dal Portogallo nel 1975 al termine di una lunga guerra di liberazione iniziata  più di dieci anni prima. Se indubbiamente la spinta finale alla indipendenza arriva dalla Rivoluzione Socialista in Portogallo e dalla scelta del nuovo Governo di concedere l’indipendenza alle colonie, nel paese è forte la coscienza della lotta di liberazione, guidata dal Frelimo (Frente di Libertacao del Mozambico). Nel 1975 abbiamo quindi un Mozambico Indipendente guidato dal Frelimo, movimento di ispirazione marxista-leninista, che vede negli esponenti della Chiesa Cattolica (in gran parte bianchi e portoghesi) un freno alla rivoluzione, un segno di permanenza del colonialista oppressore. 
E’ in questo clima anticlericale che Don Jaime, tra mille difficoltà, riesce ad ottenere l’ordinazione sacerdotale, diventando uno dei primi preti di formazione indigena. Nel 1976, in maniera quasi casuale, avviene in Italia un incontro importante, tra Don Jaime ed Ambrogio Spreafico, attuale Vescovo di Frosinone e già al tempo legato a Sant’Egidio. Don Jaime inizia a raccontare ai membri di Sant’Egidio le sofferenze sia materiali (carestie continue, povertà estrema) che spirituali (limitazioni statali alle attività del Clero) del suo Popolo, è l’inizio di una storia di solidarietà prima e di mediazione poi che porterà alla Pace in Mozambico.



Dalla fine degli anni 70 l’allora giovane Comunità di Sant’Egidio “adotta” il Mozambico, e si susseguono negli anni iniziative di solidarietà, container carichi di aiuti partono da Roma alla volta di Maputo. Ma nel 1982 c’è un momento di svolta: tramite i buoni uffici di Sant’Egidio don Jaime ottiene un primo incontro (ne seguiranno altri negli anni) con Enrico Berlinguer, carismatico leader del Pci, e sarà proprio Berlinguer ad intercedere presso il Presidente del Mozambico Samora Machel per ottenere una normalizzazione dei rapporti Stato-Chiesa. 
Va spiegato che all’epoca esisteva un forte legame tra il Mozambico e l’Italia, specie con le Regioni Rosse, in qualche modo il Pci aveva simpatia per quel giovane paese comunista ed antirazzista confinante col Sudafrica dell’Apartheid, e molte imprese italiane avevano importanti commesse nel paese. Non è questo il luogo per approfondire, rimando al libro di Morozzo della Rocca, ma la mediazione del Pci ha effetto e grazie all’interessamento del Pci la Chiesa Mozambicana conquista degli spazi di libertà ed autonomia. Sempre tramite una attività di mediazione che questa volta coinvolge Don Jaime, Andreotti e la Santa Sede avviene nel 1985 l’incontro in Vaticano tra Giovanni Paolo II e Samora Machel.
(Mi permetto di sottolineare come nella tanto disprezzata Prima Repubblica esisteva una idea dell’Italia attiva in Polita Estera e con un ruolo autorevole nelle dinamiche del Continente Africano, e questo valeva sia per il Governo sia per le Opposizioni, specie per il Pci. Al contrario, negli anni 90 l’Italia ha abbandonato il suo legame con l’Africa, e mi rallegro che l’attuale Governo Renzi stia tornando a guardare con interesse al Continente Nero. Ne riparleremo su queste pagine).



Nel 1986 Samora Machel muore in un incidente aereo in circostanze mai chiarite, c’è chi parla di “matrice” sudafricana, chi sospetta un complotto interno al Frelimo, visto che la politica marxista di Machel stava riducendo il paese alla fame. A Machel succede Joaquin Chissano, che lentamente avvicina il Mozambico alle grandi potenze mondiali, di fatto abbandona l’ideologia marxista, direi che la sua idea di socialismo e di sviluppo è simile a quella della Cina moderna, una sorta di mix tra capitalismo e socialismo.
Nel frattempo però il Mozambico, fin dalla indipendenza del 1975, è vittima di una guerra civile, tra il Frelimo (il partito della Indipendenza) e la Renamo, e Don Jaime inizia a ragionare coi suoi ormai amici di Sant’Egidio (una forte amicizia lo ha sempre legato a Don Matteo Zuppi, attuale Vescovo di Bologna) delle possibilità di contribuire a delle trattative tra le due parti in lotta.

La guerra in Mozambico ha avuto dinamiche mai del tutto chiarite, tra ingerenze dei paesi confinanti ed un quadro mondiale in via di definizione, ma quello che è certo è che diviene in breve anche uno scontro tra il Sud del paese (ed in parte anche il Nord ) legati al Frelimo, ed il Centro controllato dalla Renamo. Don Jaime, in quanto Vescovo di Beira, seconda città del Mozambico e di fatto capitale del Centro, viene considerato vicino alla Renamo. Il Vescovo ha sempre smentito ogni forma di “tifo” per alcun partito, ma è anche grazie alle comuni origini regionali che nel 1988 Don Jaime, in maniera rocambolesca e dopo un lunghissimo lavoro di preparazione, ottiene un incontro nella foresta di Gorongosa (base militare dei ribelli) con Alfonso Dhaklama, leader della Renamo, incontro nel quale Dhaklama accetta l’idea di iniziare una mediazione diplomatica e questo in sostanza  segna l’inizio di un percorso che porterà alla firma dell’Accordo Generale di Pace nel 1992 a Roma.

Dal 1990 al 1992 Don Jaime è, insieme a Don Matteo Zuppi ed Andrea Riccardi per Sant’Egidio, e Mario Raffaelli per il Governo Italiano, mediatore di una lunga, complessa e faticosa mediazione che porta al tanto desiderato Accordo di Pace.
Non ero presente, ma in tanti mi hanno raccontato la gioia incontenibile di Don Jaime, che il 4 Ottobre 1992 nella Basilica di Santa Maria in Trastevere inizia a ballare rallegrandosi per la firma dell’Accordo di Pace.



Dal 1992 il Mozambico si presenta come un paese giovane, dinamico e rampante. Al momento c’è un ritorno (si spera limitato nel tempo) della tensione tra Frelimo e Renamo, ma in questi quasi 25 anni il Paese è cresciuto a botte di Pil del 10%, crescono gli investimenti, i bambini possono andare a scuola, i giovani possono frequentare le università, Maputo e le splendide spiagge iniziano ad accogliere turisti ed investitori. Ovviamente la povertà è ancora presente, c’è la sfida della lotta all’Aids, ci sono quasi 30 anni di guerra che hanno lasciato mine e macerie, ma grazie a Don Jaime ed al suo lavoro il Mozambico vive in Pace, e la guerra per moltissimi mozambicani è un triste racconto del passato, anche grazie ad un operatore di pace come Don Jaime Goncalves.


Mario Scelzo

lunedì 4 aprile 2016

Un Calcio al Razzismo ed alla Indifferenza

Tifosi che cercano di assaltare il pullman della propria squadra, calciatori costretti ad andare sotto la Curva per “scusarsi” della sconfitta, supporter in trasferta che distruggono monumenti, uno sport sempre meno “gioco” e sempre più legato al marketing, alle lobby economiche ed alla gestione dell’Ordine Pubblico. Il gioco del Calcio ultimamente non si presenta con l’abito migliore, potrei fare numerosi altri esempi negativi ma la realtà quotidiana è sotto gli occhi di tutti. Ovviamente è sbagliato generalizzare, esistono tante tifoserie pacifiche, stadi dove ancora si può entrare tranquilli con i propri figli (penso ad isole felici come ad esempio Sassuolo), ma la “cronaca calcistica” è mediamente negativa.

Eppure proprio alcuni eventi legati al Calcio ci danno oggi la possibilità di parlare di Buone Notizie. Ci sembra giusto sottolineare i “comportamenti corretti” (come direbbe un tecnico toscano caro a chi scrive) di alcuni calciatori, anche perché tanti ragazzi vedono in loro dei modelli di comportamento da imitare, ed allora ben vengano esempi positivi.



Esteban Cambiasso è stato uno dei protagonisti del Triplete (vittoria nello stesso anno di Scudetto/Coppa Italia/Champions League) dell’Inter. Centrocampista tecnico e grintoso, uno di quei calciatori che da avversario vorresti avere nella tua squadra. Dopo Real Madrid ed Inter, sta terminando la sua brillantissima carriera nell’Olympiakos, squadra di Atene ed esattamente della zona portuale del Pireo. Proprio al Pireo si trovano alloggiati in condizioni precarie molti profughi siriani, in attesa delle decisioni europee e nella speranza di salpare per altri lidi. Nei giorni scorsi i calciatori dell’Olympiakos sono andati al Porto di Pireo ed hanno distribuito pasti caldi e vestiti per i rifugiati, hanno organizzato un servizio di barbiere e lavanderia e si sono intrattenuti con i profughi scambiando con loro due calci al pallone.

Un piccolo gesto, in fondo una spesa irrilevante per Campioni affermati che guadagnano cifre enormi, ma un segnale di affetto, sostegno, vicinanza, una lezione di umanità. Direi anche la dimostrazione che i calciatori (almeno non tutti) non vivono in Torri d’Avorio isolate dalla realtà, ma come ognuno di noi compiono la scelta di voltarsi dall’altra parte o di fare qualcosa per il prossimo.



In Germania una bella storia ci arriva dalla squadra dilettantistica del Deinster Sv.
Di fronte all’ennesima aggressione razzista ai danni di due suoi tesserati sudanesi, la rosa del Deinster SV ha deciso di far ritoccare la foto di squadra con Photoshop: ciascun calciatore appare ora con la pelle nera in segno di solidarietà nei confronti dei due compagni giunti in Germania da rifugiati e in seguito aggregati alla squadra. Dopo essere stata pubblicata sulla pagina Facebook ufficiale del club, la foto ha ricevuto nel giro di poche ore qualcosa come 12.000 Like.
Un piccolo gesto, ma allo stesso tempo uno schiaffo simbolico ai tanti che negli stadi intonano cori razzisti, ed allo stesso tempo ai tifosi “normali” che, magari pur non condividendo i cori, restano in silenzio e consentono ai razzisti di far sentire forte la propria voce.

In chiusura, ci piace sottolineare la vittoria della Francia per 4-2 nella amichevole contro la Russia. Ci interessa poco del risultato, ma siamo felici della riapertura al pubblico (seppur tra ingenti misure di sicurezza) dello stadio di Saint-Denis, teatro nel mese di Novembre di parte degli attentati terroristici a Parigi. Si è trattato di un test importante in vista degli Europei del 2016 che si terranno appunto in Francia, e che ci auguriamo si possano svolgere in una cornice di pubblico festoso e non a porte chiuse per paura di attentati.


Mario Scelzo