martedì 25 ottobre 2016

Da Rosa Parks ai Corridoi Umanitari

Da Rosa Parks ai Corridoi Umanitari ci sono dei No che possono cambiare la Storia. No al Razzismo, No alla logica dei Muri e della Inaccoglienza. Cosa unisce queste due Storie? Proverò a spiegarlo in questo articolo.
Solitamente la mattina apro contemporaneamente i principali siti di informazione  online ed i miei profili social. Sempre più spesso, trovo ispirazione per aggiornare questo Blog dedicato alle Buone Notizie non da Repubblica.it o dal Corriere, ma partendo dalla lettura delle vostre bacheche e scorrendo le vostre condivisioni.




Stamattina, guardando il profilo del mio amico Andrea Rainone, dopo aver saltato quei 15-20 video  pentastellati contro il Governo e la Bildemberg e aver opportunamente schivato le dotte riflessioni del motociclista terzomondista antireferendario (tanto ormai i miei lettori avranno capito che non ho molta simpatia verso il Movimento), mi colpisce un Video di Fanpage dal seguente titolo: “11 anni fa ci lasciava Rosa Parks, la donna che con un "no" ha cambiato la storia di ognuno di noi.”

Come certamente saprete Rosa Parks, il 1 Dicembre 1955, a Montgomery Capitale della Alabama, stava rientrando a casa a bordo di un autobus dopo una giornata di lavoro, e non trovando altri posti liberi si sedette nella zona comune a neri e bianchi. Dopo alcune fermate, il guidatore del veicolo le chiese di alzarsi per far accomodare un passeggero bianco salito dopo di lei. Le norme segregazioniste in vigore obbligavano infatti i neri a cedere quei posti ai bianchi, qualora quelli a loro riservati fossero occupati. Al suo fermo e pacato rifiuto il conducente chiese l'intervento della polizia, che la arrestò  per condotta impropria e la condusse in carcere.




Quel No ha “guidato” un percorso ed una mobilitazione. Dal boicottaggio dei mezzi pubblici a Montgomery alle lotta non violenta di Martin Luther King,  dalla Marcia su Washington alla fine delle Leggi Razziali… per  arrivare idealmente alla Presidenza di Obama. Un semplice No, il rifiuto di una legge/consuetudine razzista, ha cambiato il corso della storia. Potremmo dire che le leggi razziali sarebbero finite comunque, potremmo sottolineare – ed è vero – che la questione razziale in America non è totalmente risolta, basti pensare agli eventi dell’ultimo anno,  ma certamente quel No di Rosa Parks ha innescato un cambiamento, sia di mentalità, sia legislativo.

E’ lo stesso che mi auguro possa accadere, e che in parte sta già accadendo, con i Corridoi Umanitari, l’iniziativa ecumenica promossa dalla Comunità di Sant’Egidio, dalle Chiese Valdesi e dalla Associazione Papa Giovanni XXIII, capace di portare in Italia fino ad oggi 400 profughi prevalentemente siriani (altri 600 ne sono previsti in tempi brevi) attraverso percorsi sicuri, protetti e legalmente garantiti.
Queste immagini – quelle della accoglienza all’aeroporto di Fiumicino del gruppo di 70 siriani arrivati ieri - ci mostrano plasticamente come ci "sia anche un modo alternativo di fuggire dalla guerra, ma soprattutto un modo diverso di essere europei, infatti "nel giorno in cui si sgombera Calais, noi accogliamo chi scappa dalla guerra", ha sottolineato Andrea Riccardi, il fondatore della Comunità di Sant’Egidio.




I Corridoi Umanitari (realizzati con la collaborazione fattiva del Governo Italiano) non si esauriscono in un “viaggio sicuro” verso la salvezza, ma  comprendono un vero e proprio iter d’integrazione sociale e lavorativo a 360 gradi. Su queste pagine abbiamo raccontato storie di integrazione concreta sul territorio, documentando come le varie associazioni e/o parrocchie accompagnano i profughi nell’inizio della “nuova vita”, e questo accade a Genova come a Brescello, a Frosinone come a Bari.
Aldilà degli aspetti tecnici, gli ideatori dei Corridoi Umanitari hanno detto di No. No alla logica dei muri e della inaccoglienza, No ai viaggi della morte nel Mediterraneo, No all’idea del… vorremmo aiutarli ma sono troppi…non ci sono le risorse…ci pensasse l’Europa….No alla rassegnazione.



L'Italia “dimostra che un altro modo di gestire l'immigrazione è possibile, e lo fa mentre lavora al soccorso in mare di migliaia di migranti che arrivano via mare”, ha affermato il Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni. Con questo esempio, ha proseguito “dimostriamo che si può arrivare a gestire i flussi in modo rispettoso della vita umana”. L'Italia, dunque, “non rinuncia ai propri principi”. Tuttavia, “non si può essere civili in un paese solo”. Il messaggio di oggi “si rivolge a tute l'Europa, ne va della nostra civiltà”.

In tanti seguono con sempre maggiore interesse le iniziative legate ai Corridoi Umanitari, paesi come la Francia e la Polonia ne studiano la fattibilità concreta, anche il mondo del cinema e della informazione sembra interessarsi all’argomento (citiamo il documentario "Portami Via" della giornalista Marta Cosentino).
Rosa Parks con il suo No ha iniziato la battaglia, poi vinta, contro il Razzismo. I Corridoi Umanitari, dicendo No alla logica dei Muri e della Inaccoglienza, rappresentano l’avanguardia di un futuro migliore. Chissà che tra 20 anni non li ricorderemo come il primo passo concreto verso una Europa meno legata alle quote latte ed ai vincoli di bilancio e più capace di accogliere ed integrare. 

Mario Scelzo

venerdì 21 ottobre 2016

Friday Good News (3)

Venerdì Pesce, Il Venerdì di Repubblica, e da un mese l’appuntamento con le Friday Good News (#fridaygoodnews su twitter), una selezione delle Buone Notizie della Settimana, un appuntamento che si sta pian piano consolidando anche grazie al numero dei lettori in costante aumento.
Questa settimana tre sono le notizie a nostro parere meritevoli di essere citate: 1) Il sorriso di Bebe Vio. 2) la favola di Melchiorri, dal Cavernoma alla doppietta a San Siro; 3) Il lancio di “Portami Via”, il primo film dedicato ai Corridoi Umanitari. Andiamo con ordine.




Come saprete, nei giorni scorsi Barack Obama ha deciso di riservare all’Italia l’ultima cena ufficiale del suo mandato presidenziale, accogliendo con grandissimi onori il Premier Italiano Renzi e la sua delegazione, una sorta di selezione delle “eccellenze italiane”, da Benigni ad Armani passando per il Sindaco di Lampedusa Giusi Nicolini. Non è questo il luogo per lanciarsi in un commento politico, qui vogliamo solo sottolineare la presenza allegra ed entusiasta nella delegazione della schermitrice italiana Bebe Vio, Oro nel fioretto individuale alle recenti Paralimpiadi di Rio de Janiero.

La storia di Bebe Vio è nota a molti, in sintesi estrema l’atleta ha dovuto subire ad 11 anni l’amputazione delle gambe in seguito  ad una meningite fulminante, non per questo però ha smesso sia di praticare la scherma sia di affrontare la vita con entusiasmo. In tanti, in questi giorni, abbiamo seguito con simpatia sui social la sua sorpresa prima e preparazione poi per l’inaspettato invito alla Casa Bianca. In tanti l’abbiamo ammirata per la sua capacità di fare ironia sulla sua condizione, parlando delle “gambe col tacco” da portare in valigia, guardando le foto nelle quali, come qualsiasi coetanea “normale”, sceglieva l’abito adatto per la cerimonia.

Poi, la ciliegina sulla torta: il selfie con Obama nonostante i divieti del protocollo, condito dalla sua affermazione: “it’s not possible?!? I’m sorry, i don’t understand these words..”. Insomma, potremmo leggere nel suo pensiero: vivo allegra e serena nonostante le gambe amputate, ho affrontato e superato mille difficoltà, ho vinto un Oro Olimpico, sono una ragazza felice ed allegra, e vorreste fermarmi con le regole del protocollo? Dispiace notare che qualche imbecille della rete (sì, ho scritto imbecille, così vanno chiamate certe persone), sempre alla ricerca della facile polemica, abbia voluto strumentalizzare la sua presenza a Washington, spiace sottolineare che dalle critiche legittime a Renzi si passi a tacciare di venduti, arrivisti, servi del potere delle personalità di valore come Bebe o come il Sindaco di Lampedusa Giusi Nicolini, ma, cara Bebe, sono certo di parlare a nome della gran parte degli italiani, la tua simpatia, spontaneità, voglia di vivere ci hanno conquistato e sono un esempio per ciascuno di noi.




Lo Stadio di San Siro è considerato dagli addetti ai lavori la Scala del Calcio, un goal in quello Stadio può cambiare una carriera, figuriamoci due! Domenica scorsa era di scena Inter-Cagliari, con la formazione nerazzurra favorita nei pronostici, ma… Icardi e soci non avevano fatto i conti con Federico Melchiorri. Il nostro bomber, dopo una discreta carriera nelle serie giovanili, si era affacciato appena ventenne alla Serie A col Siena più di dieci anni fa. Poi alcune difficoltà, una carriera sulla carta promettente che stenta però ad ingranare, ma soprattutto nel 2010 una diagnosi terribile: Cavernoma.  

Lo scorso anno il Cavernoma (un attorcigliamento dei vasi sanguigni nel cervello) divenne abbastanza “noto” in ambito sportivo visto che colpì il difensore romanista Leo Castan, e proprio Melchiorri (all’epoca già tornato a buoni livelli col Pescara in Serie B) intervenne in sostegno del suo più famoso collega raccontando il suo ritorno alla attività sportiva: “Io penso che non era destino, non sono un predestinato, ma nemmeno un miracolato. Io ho capito dopo l'operazione che, per avere le fortune nella vita, devi guadagnartele, quindi soltanto col lavoro, con la mentalità giusta e i sacrifici che deve fare un atleta, puoi arrivare dove sono adesso io”.
La mentalità ed i sacrifici hanno guidato Melchiorri nella sua “seconda” carriera dal Tolentino alla Maceratese, dal Padova al Pescara, fino alla Serie A col Cagliari, dove, per ora, si è presentato con una doppietta a San Siro, e chissà che non siano solo le prime marcature della stagione.  Troppo facile paragonare poi i sacrifici di Melchiorre, autore di una doppietta, con le bizze da primadonna di Icardi, potenzialmente un Campione, che sta sprecando il suo talento tra litigi coi tifosi, autobiografie ritirate dal commercio, errori continui sul campo (si pensi al rigore sbagliato proprio contro il Cagliari) e nella vita quotidiana.

In conclusione parliamo di "Portami Via", un documentario che ripercorre la storia di una famiglia siriana, ora in Italia, grazie ai "Corridoi Umanitari" (Più volte su queste pagine abbiamo raccontato storie legate a questo “canale di salvezza”, dalla vita che rinasce a Brescello all’inizio dell’anno scolastico a Bari e segnalo poi da cronista che gli articoli in cui parlo dei corridoi umanitari sono quelli più letti del Blog, si tratta quindi di un tema che ha una forte attrattiva sulla opinione pubblica).

L’autrice, la giornalista Marta Santamato Cosentino, ha seguito il percorso di una famiglia di profughi siriani dal campo profughi di Tripoli in Libano al loro arrivo a Torino, soffermandosi sia sulle cause che hanno costretto la famiglia Makawi a lasciare la Siria, sia sul “percorso” diplomatico (specifico, nel pieno rispetto della legislazione europea vigente) e sul lavoro degli operatori delle Chiese Evangeliche e della Comunità di Sant’Egidio. Scopo del lavoro della giornalista è quello di, parole sue:  “raccontare e divulgare quella che ritengo una chance per la salvezza. L’incontro con gli operatori dei Corridoi umanitari “è stata una poesia della salvezza” ha detto anche Jamal, (una delle persone accolte a Torino)».




Vi invitiamo a guardare il trailer del film/documentario, per ora presentato con successo a Milano, vi terremo informati sul “percorso” cinematografico e/o televisivo, vi segnaleremo eventuali proiezioni o anteprime di questa opera capace di raccontare con delicatezza una delle realtà più belle e significative del nostro tempo.


Mario Scelzo

lunedì 17 ottobre 2016

Basilicata, Terra dell'Accoglienza

“Non abbiamo spazio neppure per un immigrato”. “Non siamo razzisti ma prima gli italiani”. “Aiutiamoli a casa loro”. “Noi vorremmo aiutarli ma lo Stato non riesce a pensare agli italiani”… quante volte abbiamo sentito frasi del genere pronunciate da importanti esponenti delle Istituzioni?
Il più delle volte, a lamentarsi e ad “alzare la voce” sono i Presidenti delle Regioni oppure i Sindaci delle grandi Città che si trovano a dover affrontare una tematica obiettivamente complessa come quella migratoria. “Li accogliessero a Bruxelles”, è il sentire comune di tanti amministratori locali che in soldoni dicono: “L’Unione Europea decide ma poi l’accoglienza con tutto ciò che questo comporta ce la gestiamo noi”.





Ovviamente c’è modo e modo di porre il “problema” di milioni di persone che fuggono da guerre e carestie; chi scrive inorridisce di fronte alle provocazioni di Salvini e Company (bombardare i barconi), mentre ritiene più comprensibile il voler affrontare seriamente un fenomeno epocale come quello attuale attraverso una collaborazione ed un coordinamento con l’Europa.
Eppure c’è una Regione Italiana che, in totale controtendenza, ha scelto di investire sulla Accoglienza. Parliamo della Basilicata che, notizia rilanciata nei giorni scorsi, ha ufficialmente chiesto al Governo di accogliere il doppio dei migranti previsti dalla divisione nazionale per quote.

Queste le parole di Marcello Pittella, Presidente della Regione Basilicata: “Nel 2015 ho manifestato personalmente la volontà del governo regionale di andare anche oltre la quota di riparto nazionale dei flussi migratori, offrendo di accogliere fino a 2000 migranti. Questo perché la giunta regionale che ho l’onore di presiedere considera l’accoglienza un’opportunità che, se ben strutturata, può essere un’occasione di sviluppo per il territorio. Soprattutto per le aree interne”.

Secondo molti indicatori economici, la Basilicata resta una delle aree più arretrate del nostro paese, eppure nella regione oltre 44mila migranti hanno un lavoro (molti nel settore agricolo) e la popolazione straniera rappresenta il 13% della forza lavoro regionale. Nello specifico, sono funzionanti centri di accoglienza in 40 dei 131 comuni della Lucania.




Probabilmente la Giunta Regionale Lucana avrà tratto ispirazione dal "Modello Riace", il paese della Calabria letteralmente rinato grazie all’apporto di immigrati regolari e di rifugiati. Ricorderete che il Sindaco di Riace, Mimmo Lucano, è stato nei mesi scorsi inserito dalla rivista americana “Fortune” nella lista dei 50 uomini politici più influenti del mondo.

E’ una realtà abbastanza diffusa nel Meridione quella di paesi che lentamente ma inesorabilmente si spopolano, perdendo popolazione e con essa il tessuto economico/sociale. Piazze vuote, desolate, senza bambini, coi giovani che si spostano nelle grandi città, paesi dove a nessuno verrebbe in mente di investire. Inserire i migranti in questi paesi “fantasma” ha una doppia utilità: accogliere chi ne ha bisogno, ripopolare e far ripartire l’economia del territorio. Questo in sintesi estrema è quanto accaduto a Riace, questa l’idea che ispira le politiche della Regione Basilicata. Aggiungiamo che mediamente la “popolazione migrante” è giovane, mentre i sempre meno residenti nei paesini isolati della Basilicata e della Calabria sono perlopiù anziani, questo “mix” contribuisce anche a mantenere un corretto equilibrio demografico.




Il “Modello Basilicata” funziona ed attrae. E’ recente la notizia che il magnate egiziano Sawiris (uno degli uomini più ricchi d’Egitto, imprenditore molto stimato a capo tra l’altro della Wind, e qualche tifoso della Roma lo ricorderà in passato interessato all’acquisto della società calcistica) stia seriamente pensando di investire nella regione coniugando Lavoro ed Integrazione.
Sawiris non è un benefattore, ma potremmo definirlo un “imprenditore illuminato”, alla Olivetti per capirci, una persona che ha a cuore il proprio profitto ma anche la sorte di milioni di rifugiati, e cerca di fare quanto a lui possibile per aiutarli.

“L’obiettivo è creare posti di lavoro per i migranti e per gli italiani, perché solo se crei occupazione per tutti eviti le guerre tra poveri. La condizione, a cui tengo molto, è che, collaborando con la sicurezza, sia escluso chi ha ideologie radicali”, queste alcune delle parole di Sawiris, che, sottolineo, in Egitto è noto per il suo pragmatismo, le sue parole potrebbero quindi presto diventare realtà e quindi lavoro, ricerca, sviluppo.

L’accoglienza è una ricchezza ed una risorsa.


Mario Scelzo

giovedì 13 ottobre 2016

Friday Good News (2)

Torna l’ormai consueto appuntamento con le Friday Good News, una selezione delle Buone Notizie della settimana. Le polemiche sul Referendum, il dramma siriano, ma anche il clamore mediatico sul nulla del Grande Fratello Vip, tante notizie alcune rilevanti altre meno che rischiano di “soffocare” le Buone Notizie, che ci sono e meritano una giusta visibilità, questo è quello che cerchiamo di realizzare ogni Venerdì attraverso questa rubrica.



In sintesi, questa settimana parleremo:


  1. ·        della fame nel mondo finalmente in calo.
  2. ·        del Campus per i Migranti che inizia le sue attività in questi giorni a Genova presso l’ex Ospedale San Raffaele.
  3. ·        della nomina cardinalizia di Don Ernest Simoni Troshani, prete sopravvissuto alle torture del regime albanese.

Andiamo con ordine, iniziamo parlando della fame nel mondo. Nei giorni scorsi sono stati pubblicati dal Cesvi i dati relativi al “Rapporto Indice Globale della Fame 2016”. I dati sono complessi e di non facile lettura, ma in sostanza ci dicono che da inizio millennio ad oggi l’indice della fame è calato del 29%. Potranno sembrare dati “freddi”, dei semplici numeri, ma ci dicono che in tutto il mondo diminuiscono costantemente le persone al di sotto della soglia di malnutrizione (1.800 calorie al giorno), soprattutto il calo è costante e distribuito su tutto il territorio mondiale. 
Ora, per chi scrive è comunque uno scandalo che ci sia anche un solo bambino costretto a patire i morsi della fame mentre in Occidente il cibo in eccesso si butta ed uno dei problemi principali è quello di non ingrassare (in uno degli ultimi articoli ho parlato di "Film di Peso", rassegna cinematografica per prevenire l’obesità.. ), allo stesso tempo ci rallegriamo che anni di campagne, lotte, programmi mondiali, seppur lentamente iniziano a funzionare ed a portare benefici concreti alle popolazioni del Terzo Mondo. Probabilmente non riusciremo a debellare la malnutrizione entro il 2030 (questo era l’ambizioso obiettivo delle Nazioni Unite), ma siamo sulla buona strada e questa in fondo è una Buona Notizia.





La seconda Buona Notizia la troviamo sulle pagine di Repubblica a firma di Erica Manna, la quale ci racconta della nascita di una sorta di “Campus dei Migranti” presso l’ex Ospedale San Raffaele di Genova-Coronata. Ricordiamo che Genova e la Liguria sono in qualche modo diventate negli ultimi anni una sorta di “frontiera”, specie per tanti migranti che, in transito verso la Francia, cercano di oltrepassare la frontiera di Ventimiglia. Proprio nei giorni scorsi una povera ragazza eritrea in fuga dalla guerra è stata investita da un Tir nei pressi del confine. In una terra di frontiera c’è chi respinge e chi si inventa forme innovative di accoglienza.

Grazie alla tenacia di Don Giacomo Martino, direttore dell’Ufficio diocesano Migrantes, ed attraverso la collaborazione con altre realtà ecclesiali tra cui la Comunità di Sant’Egidio, è nato un vero e proprio “Campus” alla americana, una struttura capace di offrire differenti corsi di studio per tutta la settimana, in grado di accogliere nelle aule 240 studenti. In sostanza si decide di affrontare il “problema” dei migranti non attraverso l’ottica della improvvisazione e del mero assistenzialismo, ma si sceglie di investire in formazione e cultura, creando un modello di accoglienza sostenibile.

Auguriamo al Campus (che ha mille altri progetti in cantiere) buon lavoro e, chissà, potrebbe essere in futuro una tappa per un reportage da parte del nostro Blog.





In chiusura, vorrei sottolineare la recente nomina cardinalizia dell’albanese Don Ernest Simoni Troshani (qui un suo profilo tracciato dal vaticanista della Stampa Andrea Tornielli). Cosa ha di particolare questa nomina, oltretutto puramente simbolica in quanto diverrà un Cardinale non elettore avendo superato gli 80 anni?
Qualcuno ricorderà un abbraccio commosso tra Don Ernest e Papa Francesco nel corso della sua storica visita in Albania. Oggi Don Ernest è l'unico sacerdote vivente testimone delle persecuzioni nell'Albania comunista ed atea.
Per chi non conoscesse la sua storia, l'88 enne Don Simoni è uno dei tanti sacerdoti che ha vissuto e resistito sotto la dittatura albanese. A partire dal 1967 Enver Hoxha aveva introdotto nella Costituzione l’Ateismo di Stato, proibendo e sanzionando ogni forma di pratica religiosa. Don Simoni venne incarcerato nel 1963 e fino al 1990 è stato sottoposto sia ai lavori forzati (come ad esempio le pulizie delle fogne di Scutari) sia ad indicibili torture fisiche e morali, non per questo aveva rinunciato ad annunciare il Vangelo ed a celebrare messa con mezzi di fortuna. 

Durante il periodo di prigionia, "ho celebrato la messa in latino a memoria, così come ho confessato e distribuito la comunione di nascosto»", racconta Don Ernest, ed in qualche modo con la nomina cardinalizia Papa Francesco ha voluto premiarlo ma soprattutto portare a testimonianza la sua fede incrollabile. Questa nomina è un vero schiaffo morale verso una Chiesa spesso chiusa nelle sacrestie e lontana dalle ferite di chi soffre; La testimonianza di Don Ernest ci ricorda per l'ennesima volta l'idea che il Papa ha della Chiesa, "un ospedale da campo dopo una battaglia, capace di curare le ferite e di riscaldare il cuore della gente".

Mario Scelzo


venerdì 7 ottobre 2016

Friday Good News (1)

Torna l’appuntamento del Venerdì con le Friday Good News, una selezione delle buone notizie della settimana prese dai principali organi di informazione. Se volete conoscere meglio le origini e direi lo scopo di questa rubrica, vi rimando al Numero Zero pubblicato la settimana scorsa.

La prima Buona Notizia della settimana è a mio parere il fallimento del Referendum anti immigrati fortemente voluto dal Presidente Ungherese Orban, che arriva pochi giorni dopo la notizia della candidatura all’Oscar del film italiano “Fuocoammare”.
In sintesi potremmo dire che se Orban simboleggia l’Europa dei Muri e della Inaccoglienza, Fuocoammare racconta il lavoro, le speranze ma anche le difficoltà dei lampedusani ed attraverso di essi dell’Europa della Accoglienza. Abbiamo due visioni ideologiche a confronto e potremmo dire che questa settimana segna una vittoria della Accoglienza contro la logica dei Muri.




Il referendum ungherese di fatto non aveva alcun valore legale, potremmo dire sia anche stato superato dagli eventi e da nuove direttive europee, ma aveva un fortissimo valore simbolico (Per maggiori dettagli sul referendum ungherese vi rimando a questo commento de Il Post che ben spiega i contorni della vicenda.)
Provo però a fare un rapido commento.. In sostanza il Presidente Orban rivendicava il diritto del suo paese di far parte a pieno titolo della Unione Europea ma rifiutando poi le decisioni sul tema della immigrazione prese dalla stessa Unione.
Sintetizzando all’estremo, il popolo ungherese non partecipando al referendum (che ha avuto un quorum del 43%) ha detto no alla politica dei muri, del filo spinato e della inaccoglienza che sta caratterizzando l’operato di Orban. Ora, non vogliamo qui affermare che tutto funzioni alla perfezione, che non ci siano enormi problematiche da affrontare a livello europeo rispetto alle tematiche migratorie, ma il popolo ungherese ci conferma che la risposta di fronte ad un tema così complesso non può essere quella dei muri, dell’isolazionismo, delle felpe di Salvini e del pugno duro di Orban.

La seconda buona notizia è la nascita di un prodotto innovativo nel palinsesto televisivo italiano. Da poche settimane è nato “Tg3 nel Mondo”, una edizione del Tg3, in onda la domenica sera attorno alle 23.45, interamente dedicata ad approfondimenti e notizie dall’estero. Qualche mio attento lettore saprà che lavoro al Tg3, ma ne avrei parlato in ogni caso.
A mio parere la Tv italiana ed in particolar modo il mondo della informazione televisiva sono colpite da due gravi malattie: il localismo ed il sensazionalismo. Ogni giorno per ore ed ore i telegiornali ripetono per mille volte l’ultima provocazione di Grillo, enfatizzano in positivo o in negativo gli ultimi dati dell’Istat, seguono ogni passo del premier – questo per quanto riguarda il localismo – o, peggio, provano ad intervistare la figlia della vittima del caso di cronaca di turno, si informano dal salumiere se l’autore dell’omicidio mostrasse stranezze nel comportamento, sviscerano la vita privata di chi suo malgrado ha subito o commesso un reato. Localismo e Tv del Dolore, in un circolo mediatico che si rincorre ogni giorno.




Bene, il Tg3 Mondo porta nella televisione italiana una ventata di freschezza ed originalità. Il telespettatore viene informato di quanto succede in Venezuela, nelle Filippine, udite udite si parla perfino di Africa, un continente pieno di risorse e problemi che rarissimamente trovano spazio nei telegiornali. Per quasi mezz’ora siamo aiutati ad allargare i nostri orizzonti, direi che guardare il Tg3 nel Mondo ci aiuta a superare il localismo quotidiano ed in qualche modo ci permette di relativizzare alcuni problemi del nostro paese. Inoltre, si tratta di un programma originale, e questo non è affatto scontato in un panorama televisivo dove è possibile vedere un talk-show che imita il talk-show rivale, programmi che cambiano il titolo ma sembrano fotocopie di altri già visti, ospiti ed opinionisti che non si sa per quali meriti professionali sembrano vivere sulle poltrone di questo o quel programma, discettando di politica, di gossip e/o di calcio con la stessa arroganza ed  incompetenza. (ogni riferimento ad Andrea Scanzi è puramente casuale).




La terza ed ultima buona  notizia la possiamo leggere sulle pagine di Repubblica e ci parla di un caso di Eccellenza Sanitaria in Italia. Presso il Policlinico San Donato di Milano è stato effettuato, con successo, il primo intervento al mondo di ricostruzione del Ventricolo sul cuore di una bambina di 10 anni. Siamo abituati a criticare la Sanità Italiana, e direi facciamo anche bene a farlo visto che esiste un enorme squilibrio tra differenti strutture e regioni, penso sia giusto dare visibilità ad interventi del genere, che coniugano innovazione, ricerca, buon utilizzo dei fondi pubblici. Non scordiamoci mai del valore di una Sanità Pubblica gratuita ed accessibile a tutti, in grado di restituire ad Elisa (soprannominata dal personale medico “Il Pulcino Combattente”) la gioia di vivere.


Mario Scelzo