mercoledì 30 novembre 2016

I Corridoi Umanitari e la Fiat 500

Il 1 Luglio 1957 la Fiat lancia sul mercato automobilistico la Fiat 500, modello destinato a rivoluzionare la storia dell’industria del Belpaese, del costume, delle abitudini delle famiglie, direi della stessa società italiana del Dopoguerra. Ad essere precisi, l’automobile in questione viene presentata al pubblico col nome di “Fiat Nuova 500” per sottolinearne la “continuità storica” con la 500 “Topolino”, ma tutti gli italiani si abitueranno presto a chiamarla semplicemente Cinquecento.





Il 1° e il 2 dicembre, grazie ai "Corridoi Umanitari" realizzati dalla Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei), dalla Tavola valdese e dalla Comunità di Sant'Egidio, arriveranno all'aeroporto di Roma Fiumicino -evitando quindi i viaggi della disperazione nel Mar Mediterraneo- altri cento profughi, in massima parte siriani, provenienti dal Libano. A meno di un anno dall'avvio di questo progetto, realizzato nell'ambito di un protocollo d'intesa che i promotori hanno sottoscritto con i Ministeri dell'Interno e degli Affari Esteri, si raggiunge così la prevista quota dei 500 arrivi in totale nel 2016.
Ho voluto giocare sul numero 500 per legare insieme due “eccellenze” del Made in Italy: la Fiat 500 e “Quota 500 arrivi” attraverso i Corridoi Umanitari. Se la 500 è stata un “modello replicabile” -e di grande successo- di autovettura, i Corridoi Umanitari si avviano ad essere un modello replicabile di integrazione ed accoglienza sostenibile.




Le foto che accompagnano questo articolo me le ha gentilmente donate Marco Palombi, un importante fotoreporter freelance con un ricchissimo bagaglio di collaborazioni, da Repubblica a Terres des Hommes, passando per Emergency ed altre agenzie del settore. Nella loro eloquenza, questi scatti documentano il dramma delle “vite migranti” ma anche le difficoltà e la pericolosità dei viaggi della speranza per raggiungere l'Europa.




Cosa vuol dire aver raggiunto la quota simbolica di 500 ingressi? «Ė un risultato di grande importanza – commenta Paolo Naso, coordinatore di Mediterranean Hope-Programma rifugiati e migranti della Fcei – Lo abbiamo raggiunto grazie al convinto sostegno dei Ministeri interessati, dei nostri vari partner internazionali e della generosità con cui la Diaconia valdese, numerose chiese evangeliche e parrocchie cattoliche si sono impegnate in un eccezionale lavoro di accoglienza e di integrazione dei profughi. A meno di un anno dall'avvio del progetto, in un'Europa che tace o si barrica alzando muri e chiudendo le frontiere, l'Italia indica una strada diversa e alternativa che ha raccolto ampi consensi nella società civile di altri paesi dell'Unione europea ai quali chiediamo di adottare il modello dei corridoi umanitari, trasformando così una buona pratica nazionale in uno strumento condiviso di gestione dei flussi di profughi in condizioni di vulnerabilità. 




Vorrei sottolineare come recentemente anche la Conferenza episcopale italiana (Cei), d'intesa con la Caritas e la Fondazione Migrantes e Sant’Egidio, abbia annunciato l'impegno a sostenere nuovi corridoi umanitari per 500 profughi. Insomma, come accadde per la Fiat 500, il modello dei Corridoi viene ripreso ed attuato su larga scala. Su queste pagine abbiamo raccontato i percorsi “concreti” di integrazione di alcuni nuclei familiari, seguendo le famiglie arrivate a Fiumicino nei loro percorsi di integrazione "di prossimità" gestiti dalle parrocchie e dalle associazioni, per chi volesse approfondire rimando a queste due belle storie che uniscono l'Italia da Brescello a Bari.

“Chi salva una vita salva il mondo intero”, afferma una frase del Talmud resa “famosa” dal film Schindler’s List. Condivido totalmente questa affermazione, anzi direi uno degli obiettivi di questo Blog è raccontare le tante piccole o grandi storie di salvezza quotidiana che spesso non raggiungono i riflettori della cronaca.





Ancor di più, chi di vite ne salva 500, propone un “modello” di salvezza, e questo direi è l’obiettivo –già in parte raggiunto- dai promotori dei Corridoi Umanitari. Dietro ognuna delle 500 persone accolte c’è una storia, un percorso, un progetto per il futuro, e le foto di Marco Palombi direi ci aiutano ad identificare "il migrante anonimo" con il volto di un bambino o un padre di famiglia, ci consentono di considerare il migrante come ad una persona "normale" che aveva una casa e degli affetti ed ha dovuto lasciare tutto per scappare dalla guerra, come accade ad esempio per i numerosissimi profughi siriani. 




La Fiat 500, tra il 1957 ed il 1975, ha immesso sul mercato quasi 4 milioni e mezzo di esemplari. I Corridoi Umanitari si candidano a diventare un Modello Replicabile di Accoglienza Sostenibile da poter applicare sotto la Bandiera Europea.

Mario Scelzo

martedì 22 novembre 2016

La Mafia Uccide Solo d'Estate

Oltre 6 milioni di telespettatori hanno seguito ieri sera su RaiUno i primi due episodi della Fiction “La Mafia Uccide Solo d’Estate”, tratta dall’omonimo film di Pif che nel 2013 si rivelò uno dei maggiori successi di pubblico e di critica.
Ho deciso di annoverare la realizzazione di questa fiction tra le buone notizie, in quanto ritengo che l’opera di Pif possa considerarsi un validissimo e concreto strumento di lotta alla Mafia ed alla criminalità in generale, molto più utile di tanti seminari, convegni, dibattiti ed approfondimenti “istituzionali” sul contrasto alle criminalità, che seppure utili ed importanti, rischiano di rimanere appunto chiusi nei canali istituzionali.





In sintesi, quello che proverò a spiegare in queste righe è che ridere della Mafia, demitizzarla, dissacrarla, è il miglior modo per combatterla, e Pif ha avuto la capacità ed il merito di raccontare la Mafia senza fare sconti alla verità storica ma in maniera leggera ed efficace. La Mafia vive di "onore e rispetto", ridere dei mafiosi è il primo modo per togliere loro il Potere.
Prima di tutto (cosa non scontata ed affatto rara nel panorama televisivo italiano) la serie tv è ben fatta, gli attori sono bravi, le ricostruzioni storiche sono veritiere, aldilà dei contenuti è un prodotto che si lascia seguire, lo spettatore non ha voglia di cambiare canale (come provano anche gli alti dati di ascolto).

Vengo però al nodo della questione; la Mafia (o Camorra, o Mala in generale) viene quasi sempre raccontata dal Cinema o dalla Tv Italiana o in maniera didascalica ma poco efficace, oppure in maniera involontariamente “eroica”, si pensi a prodotti tv di indubbio valore come “Gomorra la Serie” o “Romanzo Criminale” i quali, volendo raccontare alla lettera e con efficacia le vicende in questione, hanno finito per ammantare di una patina di eroismo personaggi come Il Freddo ed il Dandi oppure i membri della Famiglia Savastano.
Non voglio criticare queste due serie tv (che personalmente ho seguito con molto interesse) e non voglio proporre nessuna “censura”, anzi penso sia giusto far conoscere al grande pubblico le modalità con cui opera, spesso sottotraccia e con le complicità del "Potere", la criminalità organizzata, vedo però il rischio che tanti bambini o adolescenti, senza una adeguata “formazione”, possano intravedere nei “cattivi” dei personaggi “veri”, “vincenti”, dei modelli da imitare.






Al contrario, e questo secondo me è il grande merito di Pif, i mafiosi e/o i loro “collaboratori” nelle istituzioni, ci vengono presentati in questa serie Tv come persone ignoranti, tristi, non particolarmente intelligenti, inadeguate al proprio “ruolo”. Emblematica è ad esempio la scena nella quale Totò Riina, “Il Capo dei Capi”, si presenta ad omaggiare l’ex Sindaco di Palermo Ciancimino e non riesce a pronunciare in italiano corretto la frase di augurio.

Pif, utilizzando la chiave della ironia, manda un messaggio fortissimo: i mafiosi sono delle persone grette, meschine, che spesso fanno una brutta vita “costretti” all’isolamento, non hanno il gusto del bello, devono costantemente nascondersi e di fatto non possono neppure godere dei soldi e del potere che accumulano. La Serie Tv inoltre ha un linguaggio giovane e dinamico, son convinto è stata e sarà vista da molti ragazzi, molti dei quali posso immaginare vivranno in quartieri disagiati, è importante mostrare loro quanto la Mafia sia un sistema “perdente”, debole, triste.

C’è poi un messaggio importante, direi un invito, che si intuisce sottotraccia in tutta la Fiction: la Mafia non devono “combatterla” solo le forze dell’ordine o i magistrati, ma il contrasto alla criminalità deve essere opera quotidiana di ogni cittadino, qualsiasi siano la sua professione o attività. Gli autori della fiction sono molto bravi a tratteggiare le tante piccole omertà quotidiane che di fatto sono la miglior protezione possibile per i “professionisti” del malaffare. Commercianti, impiegati, persone normalissime che, di fronte ai piccoli o grandi soprusi, si voltano dall’altra parte, fanno finta di nulla, riportano tutto alla “normalità”. Di fronte ad un omicidio chiaramente mafioso si dice “chesta roba di femmine è”. Quando poi le Ville Liberty saltano in aria per fare spazio ai palazzoni, nessuno sente o preferisce non sentire il boato delle cariche esplosive.






Ora, il mio intento non è condannare o giudicare nessuno, troppo facile parlare da fuori e prendersela con chi quotidianamente, suo malgrado e spesso per colpa della assenza delle istituzioni, è costretto a convivere in contesti altamente criminalizzati, ma pensate che rivoluzione se di fronte al mafioso di turno partisse una bella e sonora risata. Pensate che smacco per un Riina o Provenzano vedersi descritti come due stupidotti poco istruiti. (Ricordo nel Film un Provenzano incapace di utilizzare il telecomando del condizionatore, purtroppo qualcuno lo ha aiutato ad attivare il telecomando che ha avviato la Bomba della Strage di Capaci).

Ridere della Mafia non è mancanza di coraggio, al contrario è un atto liberante, a Pif va dato il merito di aver ideato uno schema di racconto efficace ed innovativo, capace di essere uno strumento di lotta alla criminalità.

La Mafia si sconfigge anche non prendendola sul serio.


Mario Scelzo

martedì 15 novembre 2016

Coronata. Il Campus dei Miracoli.

Un Ospedale abbandonato e decadente che viene restituito alla collettività e diviene un Campus Universitario per i Migranti capace di accogliere e formare quasi 200 studenti, offrendo loro una scuola di italiano e dei corsi di formazione professionale nonché delle borse di avviamento al lavoro, tutto questo accade a Genova grazie al generoso contributo della Fondazione Bill e Melinda Gates….
Tutto quello che avete letto è vero, tranne l’ultima riga. 





Quanto sta accadendo a Genova-Coronata è reso possibile dalle capacità, dall’impegno e dalla lungimiranza dell’Ufficio Diocesano Migrantes di Genova (nella persona di Don Giacomo Martino) e dei suoi collaboratori.  Proverò a raccontarvi, in questo che di fatto è il primo reportage sul campo del Blog Buone Notizie, quanto già è stato realizzato e quanti progetti ci sono in cantiere sulla collina che sovrasta Cornigliano.
Prima di raccontare nel dettaglio le vicende del Campus di Coronata, mi preme sottolineare che, senza nulla togliere al mio Blog, quanto vi sto per raccontare meriterebbe a mio parere di apparire sulle prime pagine delle principali testate nazionali come un modello possibile (e sostenibile) di accoglienza, integrazione e tutela del territorio.




Andiamo con ordine. Nei giorni scorsi, in una bella giornata di sole, ho trascorso un piacevole pomeriggio sulla collina di Coronata insieme a Maurizio Aletti, Presidente della Cooperativa “Altra Storia" nonché “anima” del “Campus dei Migranti”. Maurizio, col suo fare spontaneo ma deciso, tra un bicchiere di vino ed un panino con la cima, mi ha spiegato passo passo la nascita e la realizzazione del progetto. Maurizio è una di quelle persone che ascolteresti parlare per ore, vista la sua competenza nel settore ma soprattutto per la sua umanità condita dal parlare diretto e senza giri di parole tipico dei genovesi. Ma andiamo con ordine.





L’Ospedale San Raffaele di Genova era una struttura abbandonata da anni, un enorme edificio con un bel panorama sulla vallata, lasciato dal Comune alla mercè di vandali ed occupanti di vario genere. Tutto questo mentre, come sapranno i miei lettori, scoppia quella che potremmo chiamare “l’emergenza migranti”. In sintesi, la cooperativa messa su da Maurizio e da Don Giacomo Martino negli ultimi due anni assume la gestione di circa 260 richiedenti asilo.
Un rapidissimo ripasso “tecnico”. Il migrante che oggi sbarca in Italia e viene identificato, ha la possibilità di richiedere lo status di rifugiato. Una apposita commissione si riunisce periodicamente si riunisce per approvare o meno lo status di rifugiato, grossomodo circa il 40% delle domande vengono accolte in prima istanza.
In attesa del pronunciamento della commissione, si parla di “richiedenti asilo” per i quali lo Stato sborsa all’incirca 35 euro al giorno. Attenzione, sfatiamo una leggenda metropolitana, il migrante non riceve affatto 35 euro al giorno, a seconda delle regioni riceve 2-3 euro, 35 euro è il costo complessivo del pernottamento, dei pasti e delle cure sanitarie, insomma della gestione complessiva della “persona migrante.





In sintesi, le Prefetture appaltano la gestione quotidiana dei richiedenti asilo alle cooperative, ogni cooperativa riceve dallo Stato 35 euro al giorno per ogni migrante. Qui subentra l’intelligenza dei nostri amici genovesi, che ragionando su grandi numeri ma soprattutto con una visione strategica per il futuro, non si accontentano di “fare il minimo sindacale” e spendere i soldi loro assegnati per la gestione ordinaria della quotidianità, ma si mettono in testa di realizzare qualcosa di straordinario, un Campus Universitario, ed il bello è che ci riescono. Come? Semplicemente facendo economia, e destinando parte dei fondi a disposizione alle attività del Campus.

Il Comune mette a disposizione i locali dismessi dell’Ospedale, la Cooperativa seleziona insegnanti di lingua italiana (grazie alla collaborazione con la scuola di Lingua della Comunità di Sant’Egidio) nonché operatori sociali ma anche esperti artigiani. La Scuola di Italiano è obbligatoria, poi lo “studente” può scegliere se frequentare il corso edile, quello agrario o la scuola di sartoria. Gli studenti poi, come in un vero Campus alla americana, possono partecipare ad attività integrative e/o di svago come cineforum, tornei di calcetto, c’è chi organizza jam session di musica etnica….la giornata (dal lunedì al venerdì, dalle 10 alle 17) passa in fretta.





Nel corso del mio pomeriggio ho assistito a prove in sala musica, poi alla “vestizione” per il lavoro nei campi, alcunu studenti navigavano in rete,  nel frattempo altri si cimentavano in opere di muratura, nei campetti improvvisati futuri Salah, Muriel, Drogba e Gervinho si sfidavano nel derby della Lanterna o in un anticipo di Coppa d’Africa.
In pratica, pur se il “diploma” rilasciato dal Campus non è tecnicamente valido, il giovane richiedente asilo, che poi è Daouda, Mohammed, Jamil, Mustafa, cioè un ragazzo come i nostri figli o nipoti, impara la lingua e le basi di un mestiere, di modo che quando dovrà fisiologicamente lasciare i percorsi statali di accoglienza non arriverà ad affrontare il nuovo mondo senza nulla in mano. Per alcuni di loro, grazie alla rete di rapporti creata da Don Giacomo, si aprono anche prospettive di lavoro o almeno di tirocini professionali.

C'è un ulteriore passaggio -il progetto parrocchie- pensato per fornire opportunità ai ragazzi che frequentano il Centro ed il Campus. Ricorderete che più volte Papa Francesco ha invitato Parrocchie e Religiosi ad aprirsi, concretamente, alla accoglienza ai profughi; Partendo da questo, gli ideatori del progetto (Don Giacomo e Maurizio) hanno contattato alcune parrocchie per concordare l'accoglienza di piccoli gruppetti di richiedenti asilo, massimo 4-6 persone per parrocchia, in modo da creare una occazione di accoglienza "di prossimità", ideale per stabilire relazioni vere, concrete, con persone e famiglie della parrocchia e del quartiere. L'idea è di creare attorno al migrante una rete di prossimità che gli renderà meno difficile il futuro, poi diffondendo l'accoglienza sul territorio si evitano "tensioni" come quelle che può generare, estremizzo, l'accogliere mille persone in quartieri periferici già disagiati. Sintetizzando, si tratta di passare dal migrante anonimo, a Mustafà l'elettricista, Daouda che fa i piccoli lavoretti, Jamil che si propone come badante, Mohammed che suona bongo e chitarra con gli altri ragazzi del quartiere.

Una struttura abbandonata riprende vita, i richiedenti asilo invece di passare la giornata senza far nulla apprendono conoscenze e saperi, ma ho lasciato per ultimo un tema importante, quello della tutela del territorio.




Da pochi giorni la Cooperativa ha ottenuto la concessione in comodato d’uso da parte del Comune di Genova di un bel terreno con annesso vigneto, anch’esso abbandonato da anni. Un vigneto oggi incolto ed impervio ma con un passato “nobile”, su queste colline si produceva il Val Polcevera Coronata un ottimo bianco citato perfino da Stendhal nel suo Viaggio in Italia. Giocando con le parole, mi scuserete se non politically correct, potremmo dire che “Nero fa Bianco”, mentre parallelamente procede il progetto “Rifùgiati in Fattoria”, sotto l’attenta guida di Simone Blangetti, operatore della Cooperativa nonché, lo ringrazio, la persona che mi ha fatto conoscere l’esistenza di questa splendida iniziativa, alla quale non possiamo che augurare un brillante futuro, sperando che venga presa a modello da altri operatori del settore.
Ah dimenticavo! L’accoglienza ai “Neri” crea lavoro ben retribuito per circa 30 “bianchi”, visti i chiari di luna della nostra economia non mi pare poco.

Spero di tornare presto a Genova per bere un bel Bianco di Coronata insieme ai miei amici del Campus. 

Mario Scelzo

mercoledì 9 novembre 2016

Cronache dalla Villetta della Misericordia: Il Compleanno di Rosa






Non so quale regalo abbia ricevuto Rosa per il suo compleanno, sicuramente ha avuto il dono di una famiglia grande, allargata, fatta di giovani ed anziani che le vogliono bene, come possiamo intuire da questa splendida foto. In tanti si sono stretti attorno a lei considerandola parte della propria famiglia, ed a giudicare dai volti sereni, Rosa ha ricevuto amicizia ma è stata anche in grado di donarne a piene mani.
Ho conosciuto la signora Rosa – nome di fantasia - la sera prima del suo 85° compleanno mentre ero in turno alla Villetta della Misericordia, la struttura di accoglienza aperta recentemente grazie alla collaborazione tra il Policlinico Gemelli e la Comunità di Sant’Egidio.




Non ci eravamo mai visti prima, eppure poco dopo Rosa, avendo sentito dire da altri che sono un giornalista (per la cronaca, non voglio appropriarmi di titoli che non ho, non posseggo il tesserino dell’Ordine), ha iniziato a raccontarmi alcuni passaggi della sua vita avventurosa, dall’incontro con Mandela alla amicizia con Tiziano Terzani – che non sopportava quella, come si chiama l’Oriana, stavano sempre a battibeccare - passando dalla conoscenza con la principessa Soraya – “le facevo i massaggi quando era a Roma, aveva una bella casa in Via Veneto” – ai racconti degli anni passati nel Continente Nero.
Poco dopo Rosa (donna di grande cultura, tuttora instancabile lettrice, sul comodino c’era Il Diario della Motocicletta di Che Guevara) ha voluto chiamarmi nella sua stanza per mostrarmi l’abito che avrebbe indossato l’indomani durante il festeggiamento dei suoi 85 anni. Mi hanno raccontato che ha passato molto tempo prima a scegliere l’abito migliore, poi a rammendarlo con ago e filo.




Facciamo un passo indietro. Rosa ha avuto una vita avventurosa ma non facile, specialmente negli ultimi anni, ed a seguito di alcune vicende che omettiamo in rispetto della sua privacy, negli ultimi anni di fatto ha vissuto tra il Pronto Soccorso e l’atrio del Policlinico Gemelli di Roma. La sua “casa” diviene la sua carrozzella, che non abbandona mai, neppure la notte, un po’ per necessità ma soprattutto per abitudine e mancanza di alternative.
Le difficoltà della vita l’avevano resa diffidente, quindi non sono stati semplici gli approcci tra lei ed i volontari della Comunità di Sant’Egidio che periodicamente le portavano un panino, una bibita ma soprattutto una ventata di amicizia nell’atrio anonimo del Pronto Soccorso. Pian piano però si crea un legame e Rosa inizia a mostrare il lato migliore del suo carattere, mostrandosi bendisposta verso i suoi nuovi amici.
Nel corso dell’estate, in prossimità della apertura della Villetta della Misericordia, Rosa riceve dai suoi amici volontari l’invito a diventarne una ospite, passando dalle notti umide al Pronto Soccorso ad avere un letto ed una stanza tutta per lei, eppure Rosa rifiuta questa generosa proposta. Ma, gli amici di Sant’Egidio sono tenaci, e lavorano di fantasia.




-Io non ci vengo a dormire lì dentro, sto tanto bene sulla mia carrozzella.
-magari passa cinque minuti a prendere un thè
-è troppo lontano
-ti accompagniamo noi
-in fondo è carina questa casetta…ma…non ci voglio venire
-magari vieni e ti fai una doccia
-ma che dite….posso restare qualche ora? Poi però torno al Pronto Soccorso, anche se….qui è più caldo. Magari resto in stanza, ma senza usare il letto.
-allora, vuoi restare anche domani?
-certo la stanza è bella, ma il letto è troppo morbido. Se magari ci mettete sotto una asse  di legno….

Giorno dopo giorno, Rosa si abbandona all’amicizia del volontari, ed oggi la Villetta è casa sua. Ha una bella stanza, un letto comodo, ma soprattutto ha tanti amici che le riempiono le giornate e la vita. Sta per arrivare la stagione fredda, Rosa dormirà tra quattro solide mura riscaldate dal calore dell’amicizia.


Mario Scelzo

domenica 6 novembre 2016

L'Italia della Accoglienza, Cronache da Reggio Calabria

 "… Che cosa succede al mondo di oggi che, quando avviene la bancarotta di una banca, immediatamente appaiono somme scandalose per salvarla, ma quando avviene questa bancarotta dell'umanità non c'è quasi una millesima parte per salvare quei fratelli che soffrono tanto? …”. Con queste parole nei giorni scorsi Papa Francesco, nel corso dell’incontro coi movimenti popolari internazionali, ha voluto richiamare per l’ennesima volta il Mondo Occidentale ai suoi valori di accoglienza, specialmente riguardo alle persone che muoiono in mare cercando di raggiungere l’Europa.




Premesso che l’integrazione va “gestita”, che non è sempre tutto facile, che indubbiamente l’Italia si trova ad affrontare un flusso probabilmente eccessivo di migranti – bene fa a mio parere il Premier Renzi a battersi per rendere il tema della immigrazione una questione europea – ritengo esista un vero spartiacque tra chi opera per l’accoglienza e chi invece alza le barricate di fronte a donne e bambini. Oserei dire che se destra e sinistra sono categorie forse superate, oggi almeno in Italia si è creata una divisione tra l’Italia che accoglie e l’Italia che alza i muri. Ripeto, l’accoglienza va “studiata”, gestita, ci vogliono leggi, sono benvenute iniziative meritorie come quella dei Corridoi Umanitari ma non ritengo degno dei Valori Europei lasciar morire in mare chi sogna un futuro migliore. In sintesi estrema, va bene discutere di immigrazione, ma solo DOPO aver salvato i migranti in mare.
In questi giorni abbiamo visto quella che mi permetto di chiamare l’Italia Peggiore, quella fomentata da certa classe politica che incita all’odio ed alla paura del diverso, alzare le barricate a Goro per difendersi dalla “invasione” di 12 donne e bambini. Questa “battaglia per  l’inaccoglienza” ha avuto un enorme impatto mediatico, ma l’Italia è piena di donne ed uomini che ogni giorno, silenziosamente, lavorano per costruire un paese solidale ed accogliente, e mi permetto di dire che i Media Nazionali dovrebbero dare maggiore risalto a queste realtà della Italia Migliore.
Spesso le storie che racconto su queste pagine “nascono” da incontri virtuali, mi permetto di dire che i social hanno il potere di creare una Rete tra chi lavora per l’accoglienza. Grazie ad amici comuni sono entrato in contatto con Maurizio Dei, un Missionario Laico Scalabriniano, e gli ho chiesto di raccontarci una giornata tipo di quelle che lui vive a Reggio Calabria, insieme al Coordinamento Diocesano Sbarchi. Lascio a lui la parola, vorrei che leggeste con entusiasmo ed ammirazione il suo racconto, quello di persone comuni che quotidianamente si mettono in rete per cercare di sopperire alle carenze delle Istituzioni, locali o mondiali che siano. Vorrei inoltre, in quanto cittadino italiano, ringraziare Maurizio e tutte le persone/associazioni da lui citate per il lavoro che compiono ogni giorno per costruire un mondo più umano ed accogliente.




Due notazioni prima di lasciare la parola al racconto di Maurizio. La prima, la Congregazione dei Missionari di San Carlo - gli Scalabriniani per capirci - nasce proprio dall’opera missionaria di accoglienza e soccorso ai migranti che all’epoca partivano per le Americhe, potremmo dire che l’accoglienza odierna “conferma” il carisma dei seguaci del Beato Giovanni Battista Scalambrini. La seconda, il racconto di Maurizio era ricco di nomi ed associazioni, per esigenze di sintesi ho dovuto operare alcuni tagli al testo. Rimando alla pagina Facebook del Coordinamento Ecclesiale Diocesano per ulteriori dettagli ed aggiornamenti (scrivete così su facebook e la trovate).
Da qui in poi Maurizio:
L'impegno per la giornata dell'accoglienza al porto inizia il giorno precedente quando la Prefettura convoca i tre componenti del consiglio direttivo del nostro "Coordinamento diocesano emergenza sbarchi" per comunicarne i dati: data e orario d'attracco previsti, il nome della nave, il numero complesssivo dei naufraghi suddivisi per sesso, numero di minori, eventuali criticità. Ai lavori, oltre alle forze dell'ordine e della sanità,  partecipano parallelamente a noi altre associazioni di volontariato riconosciute come la Protezione Civile che coordina per il Comune, l'UNHCR, Save the Children ed altre riconosciute dalla Prefettura e a livello internazionale ma, quelle su cui le autorità locali fanno perno sono il nostro Coordinamento e le associazioni legate alla Protezione Civile Nazionale.                                                                                                                   Il Coordinamento Diocesano per l’Emergenza Sbarchi nacque tre anni fa grazie alla sinergia tra alcune associazioni già operanti sul territorio di Reggio. Di fatto il Coordinamento è gestito da un "Triunvirato della Carità" nelle persone di Padre Bruno Mioli, "giovane" ottantenne direttore della Migrantes Diocesana Reggina (sempre presente agli sbarchi), Bruna Mangiola della Agesci e Giovanni Fortugno della Associazione Papa Giovanni XXIII.




Il nostro compito e le nostre incombenze sono sempre più andate intensificandosi e perfezionandosi nel tempo, non andando oltre alla semplice accoglienza che si limita nel donare un po' del nostro tempo, della nostra disponibilità, una merendina, un succo o un tè caldo, una bottiglietta d'acqua e un sorriso sempre, sempre ricambiato. Ognuno di noi al mattino, sceglie il proprio compito, se offrire la merendina e il succo oppure distribuire l'acqua, le ciabatte infradito o collaborare nell'angolo nursery della nostra tenda dove vengono lavati e assistiti i neonati e donne in stato interessante, li accompagniamo e seguiamo nei giorni successivi in cui restano a Reggio come seguiamo quasi tutti i minori non accompagnati o i ricoverati in ospedale.                                                                                          
Quando sbarcano salme, di qualsiasi fede religiosa siano, pure loro vengono accompagnate e tumulate nel camposanto di Armo qui a RC dove, tutte assieme trovano finalmente pace.  Il compito di verifica medica è affidato a quattro medici, i nostri Angeli del porto,  tre dottori e una giovane dottoressa che, seppur coadiuvati qua a Reggio da altri medici volontari magari ex ospedalieri, sono gli unici quattro titolari effettivi della Servizio Sanitario Nazionale e dalla nostra Capitaneria di Porto a RC devono presenziare tutti gli sbarchi su tutte le coste calabresi, tirreno -jonio, anche due in contemporanea, un lavoro massacrante. Il loro compito è visitare i profughi per avviarli subito ai pullman verso le rispettive destinazioni, oppure farli passare prima dalla tenda dei primi trattamenti anti-scabbia o anti-peducolosi, piuttosto che alle ambulanze per i ricoveri d'urgenza.                                                                                                



Intanto gli scafisti o presunti tali vengono trasferiti per primi verso la questura. Gli altri, dopo un primo riconoscimento vengono trasferiti tutti in questura, se necessario in più giornate, max.400 al giorno, per il riconoscimento vero e proprio e dove i non aventi diritto di asilo, ricevono il decreto di espulsione immediato. Coloro che restano al porto oltre i 400 visionati, dormiranno al porto nella nostra tenda e qualcuno di noi li veglierà.                                                
Il Coordinamento conta oltre sessanta volontari, attorno ad esso ruotano gruppi scout di altre città, anche del centro e nord Italia che specialmente in estate vengono per servizio volontario, giovani che arrivano spesso con perplessità fondate e spesso negative su questo aspetto migratorio ma che ripartono con convinzioni e sentimenti completamente diversi.
Personalmente, in questi tre anni e più ho vissuto momenti molto toccanti e difficili, sentito storie raccapriccianti, visto e toccato con mano ferite terribili su tanti corpi e anime martirizzati e violati.                                                                                      Tante famiglie ci hanno contattato dai posti di arrivo, ne ricordo una che ci chiamo’ dalla Svezia; Erano Siriani, ci informarono di essere riusciti a ricongiungersi con i parenti e conclusero con un “Grazie Chiesa”. Ci sono poi i ragazzi senegalesi rimasti a Reggio Calabria che la domenica aiutano a pulire le piazze, ma allo stesso tempo non posso dimenticare la disperazione di donne africane che raccontano di aver perso nel viaggio i figli piccoli o il marito, l’ultima che ho incontrato ha visto affogare i figli di 3 e 5 anni gettati in mare dallo scafista. 
Il racconto di Maurizio continua, ci saranno nuovi sbarchi, l'emergenza non finirà domattina, ci conforta sapere che al Porto di Reggio Calabria operano degli Angeli che alleviano le sofferenze dei Migranti.
MARIO SCELZO


giovedì 3 novembre 2016

"Più Verde di Prima"

….I ragazzi di oggi non hanno voglia di fare nulla….stanno tutto il giorno attaccati a quei telefonini….ai tempi nostri era diverso…ma la colpa non è loro, è dei genitori…poi la scuola non è quella di prima…i professori pensano solo allo stipendio….eh signora mia……
Quante volte abbiamo ascoltato, al bar o a cena tra amici, frasi del genere? Forse esiste anche un fondo di verità in queste parole, ma il rischio è che queste diventino una sorta di condanna preventiva verso i sogni e le aspirazioni dei ragazzi, una sorta di “tappo” che gli adulti mettono alle ambizioni di chi si affaccia verso il futuro.




Proprio per questo, anche per smentire questa corrente di pessimismo giovanile, mi fa molto piacere raccontare l’iniziativa “Più Verde di Prima”, tenutasi stamattina presso il Parco del Pineto di Roma, con la partecipazione attiva degli studenti della scuola media Maria Capozzi. Ma andiamo con ordine e cerchiamo di ripercorrere i passi che hanno portato a questa bella giornata di rinascita ambientale.

Oasi tra le più belle del territorio romano, il Parco del Pineto – dopo anni di battaglie da parte dei residenti – viene di fatto aperto all’utilizzo da parte degli abitanti di Trionfale, Boccea, Montemario e delle zone limitrofe attorno al 1989, diventando sempre più un oasi di relax ed un polmone verde nel cuore di Roma. Questo fino allo scorso 23 Agosto, quando un incendio – si sospetta doloso – manda in fumo oltre 50 ettari di macchia mediterranea.
Qui entrano in gioco le realtà “positive” del quartiere, e si riuniscono alcune delle istituzioni attive in zona: l’associazione Pinacci Nostri, la biblioteca Casa del Parco e l’Istituto Comprensivo Maria Capozzi. Simbolicamente , la rinascita del Parco viene affidata ai ragazzi della scuola media, guidati dal Preside Daniele Liberatore (botanico, nonché storico sostenitore del Parco del Pineto).




La giornata di oggi 3 Novembre, attraverso la manifestazione “Più Verde di Prima” diviene quindi, oltre che una festa, un “raccoglitore” delle differenti opere finalizzate alla Rinascita del Parco. Stamattina, anche grazie alla collaborazione con RomaNatura, sono stati piantati dai ragazzi e dagli insegnanti esemplari di quercia “Roverella”, mentre il pubblico ha potuto ammirare la mostra fotografica dell’artista Alfonso Maria Isonzo ed osservare il murales realizzato dalla associazione di Street Art “Pinacci Nostri”. (Ricordo tralalto che la scuola ha realizzato una retrospettiva fotografica - dal titolo Questo fumo non ci acceca - dedicata ai drammatici momenti dell'incendio, con scatti esposti all'interno dei suoi padiglioni ed esporrà sulla cancellata esterna della Biblioteca Casa del Parco degli acquarelli, realizzati dagli alunni di terza media sul tema ll mio Pineto").

Potrei dilungarmi coi dettagli, vorrei soffermarmi su alcuni punti nodali: la capacità di creare sinergie, il coinvolgimento dei ragazzi, la tutela del creato. Provo a spiegarmi brevemente.



Quando “racconto” le Buone Notizie, mi stupisce sempre un elemento; Il Preside, le associazioni, gli stessi ragazzi potrebbero dire, “ma cosa c’entro io con la rinascita del parco”? “ci pensasse il Comune”, insomma – generalizzo al massimo – il mondo va male ma io cosa posso farci? Non dipende da me. Al contrario, manifestazioni come quella odierna ci ricordano che la Terra è Casa Nostra, è la casa di tutti, e che ciascuno di noi può fare qualcosa per renderla migliore ed accogliente. Questo vale per la tutela dell’ambiente, per l’immigrazione, per la raccolta dei rifiuti, per tutti gli ambiti della nostra vita quotidiana.

Inoltre, il seppur validissimo Preside Liberatore, seppur animato da buona volontà e competenza ambientale, da solo non sarebbe stato capace di far rinascere un intero Parco. “Più verde di prima” fa emergere il valore di fare rete, creare sinergie, trovare collaborazioni, sostenitori, sponsor. Ognuno contribuisce con il proprio tassello a costruire un Mosaico armonioso, ed ogni tassello ha un valore, che risulta poi “completo” dall’essere parte di una struttura completa.




Tutto questo assume un valore ancora maggiore visto che viene realizzato da ragazzi giovani, che hanno il futuro davanti, i quali da giornate come queste possono comprendere ancor meglio valori come collaborazione, tutela del creato, spirito di squadra, preoccupazione per il futuro dell’ambiente – e probabilmente potranno trasmettere questi sani valori ai loro figli – tutto questo, immagino, divertendosi e vivendo momenti di spensieratezza all’aria aperta. Eventi tragici come le scosse sismiche dell’ultimo periodo ci ricordano quanto sia importante prendersi cura, conoscere e difendere il proprio territorio, sono certo che i ragazzi della Capozzi saranno sempre dei “difensori” della Bellezza del Creato.




Grazie ragazzi, grazie ai professori, alle Associazioni, al Preside che, mi permetto di giocare col suo cognome, è stato un vero Liberatore di energie positive.


Mario Scelzo

martedì 1 novembre 2016

Tracce di Santità. Tina Anselmi ed i Volontari del Terremoto.

La terra continua a tremare nel Centro Italia, dopo Amatrice è stata la volta di Norcia, Camerino ed altri borghi, in uno sciame sismico che sembra non voler lasciare tregua alle popolazioni spesso stremate.
Ovviamente ci auguriamo la fine delle scosse e l’inizio della ricostruzione, ma tra tanto dolore ci colpisce la tempestività e l’efficienza della macchina dei soccorsi. Le mura dei palazzi e delle Chiese sono in parte crollate e ci vorrà tempo per ripararle, il coraggio, l’empatia, la solidarietà dei soccorritori aiutano già in queste prime ore a ricostruire un tessuto umano e sociale dalle scosse lacerato.



“…beati coloro che proteggono e curano la casa comune; beati coloro che rinunciano al proprio benessere per il bene degli altri; beati coloro che pregano e lavorano per la piena comunione dei cristiani…», sono alcune delle parole pronunciate da Papa Francesco nello stadio di Malmo questa mattina nel corso della sua omelia per la Festa di Tutti i Santi (che cade durante la sua visita ecumenica in Svezia per ricordare i 500 anni dalla Riforma di Martin Lutero, ma di questo viaggio ne parleremo in maniera approfondita prossimamente).
Ascoltando queste parole mi sono appunto venuti in mente i tanti soccorritori, siano essi volontari o “stipendiati”, cuochi, forze dell’ordine, vigili del fuoco, medici, che in questi ultimi due mesi hanno fatto il loro lavoro, e certamente anche qualcosa di più, per aiutare le popolazioni colpite dal terremoto. “Beati coloro che rinunciano al loro benessere per il bene degli altri”, e che con la loro presenza portano sollievo e santità nei luoghi di dolore. “Beati coloro che proteggono e curano la casa comune”,  e nulla più di un terremoto ci ricorda quanto sia doveroso e santo preoccuparsi ogni giorno di quella che è la nostra casa comune. 
Abbiamo visto nei telegiornali, e continueremo a vedere, i clown che portano allegria nelle tendopoli, le persone che si affollano per donare il sangue, ci siamo commossi osservando piccoli ma concreti segni di rinascita, come può essere il ritorno in campo dell’Amatrice Calcio o come il battesimo della piccola Alessia. Tante storie di Santità Quotidiana.



Quello dei Santi “Moderni” è un tema molto caro a Papa Fancesco, lo scorso anno per l’Angelus del 1° Novembre queste furono le sue parole  (che noterete, sono state da me scelte come coperina del Blog): Facciamo attenzione: non soltanto quelli canonizzati, ma i santi, per così dire, “della porta accanto”, che, con la grazia di Dio, si sono sforzati di praticare il Vangelo nell’ordinarietà della loro vita…. Dobbiamo essere loro grati, e soprattutto dobbiamo essere grati a Dio che ce li ha donati, che ce li ha messi vicino, come esempi vivi e contagiosi del modo di vivere e di morire nella fedeltà al Signore Gesù e al suo Vangelo. Quanta gente buona abbiamo conosciuto e conosciamo, e noi diciamo: “Ma questa persona è un santo!”, lo diciamo, ci viene spontaneo. Questi sono i santi della porta accanto, quelli non canonizzati ma che vivono con noi.”

Vorrei collegare queste parole anche alla odierna scomparsa di Tina Anselmi, primo ministro donna in Italia, per affermare che si può vivere la santità anche svolgendo al meglio il proprio lavoro, specialmente se nell'interesse della collettività.




Da anni in Italia c’è una corrente di pensiero, nella quale personalmente non mi riconosco, che identifica TUTTA la politica col marcio, coi furti e le ruberie, con la corruzione. Purtroppo, non mancano gli esempi, trasversali a tutte le forze politiche, capaci di dare ragione alle tesi “disfattiste”. Ma, mi permetto di osservare, generalizzare non serve a nulla, sparare nel mucchio su una intera categoria rischia di nascondere anche il lavoro positivo di tante persone perbene che attraverso la politica cercano di rendere migliore la società in cui vivono. Mi spiego meglio, va condannato il politico ladro, non va condannata la politica, anzi un serio impegno politico è capace di portare benefici alla società, oserei dire che possono esserci tracce di santità anche nella vita politica. Su queste pagine abbiamo raccontato la vicenda di Angelo Vassallo, Il Sindaco Pescatore, oggi vogliamo appunto ricordare l’esempio di Tina Anselmi, partigiana, parlamentare, ministro, figura esemplare della nostra storia repubblicana.

Sarebbe riduttivo volere ripercorrere in poche righe la sua attività politica, ci limitiamo a ricordare che al suo lavoro si devono le prime leggi sulle pari opportunità e sulla introduzione del servizio sanitario nazionale. Non si ricordano scandali legati al suo nome, non amava la ribalta televisiva, colpisce l’apprezzamento e la stima che avevano di lei gli avversari politici, si è fatto spesso il suo nome per la Presidenza della Repubblica.  Trovo opportune le parole di  Romano Prodi, il quale  si dice «profondamente addolorato per la scomparsa di Tina Anselmi, alla quale ero legato da grande stima e sincero affetto. Il nostro Paese deve molto al suo impegno politico e civile. La sua costante attenzione e la sua determinazione per l’affermazione dei diritti ha saputo tradursi, nel corso della sua vita pubblica, in iniziative fondamentali a cominciare dalla radicale riforma del Servizio sanitario nazionale».

Grazie a Tina Anselmi oggi l’Italia ha più diritti di ieri, ma soprattutto il suo esempio ci mostra come sia possibile vivere la “santità quotidiana”, ed allo stesso tempo restituisce dignità e valore all’impegno politico per cambiare la società. Grazie ai tanti volontari che compiono la prima ricostruzione, quella umana, nelle zone terremotate.

Mario Scelzo